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II B – Le Aglauridi: Aglauro La santa martire o maledetta?

II B – Le Aglauridi: Aglauro La santa martire o maledetta?

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AGLAURO

maledetta da Atena e da Ermes o martire?
Aglauro tra Ermes e Atena

Prima delle tre sorelle figlie di Cecrope, è chiamata talvolta come la madre Agraulo. Fu maledetta da Atena e da Ermes o sacrificata per Atene?

Aglauros – Αγλαυρος

In greco la parola Αγλαυρος significa:

a)      È riferito alla Luna come fonte della rugiada che rinfresca i pascoli[1]

b)      Viene da αγλαος – splendido, fulgido, nobile, bello[2]

c)      Acqua frizzante[3]

La sorte e le vicende di Aglauro sono multiple:

Aglauro, Erse e Pandroso con Erittonio

a)      Atena consegnò Erittonio in una cesta a lei ed Erse.

b)      Per Ovidio fu solo lei ad aprire il cesto di Erittonio e a scatenare le tristi vicende: “Come servar Pandroso, et Herse il patto,/C’havean lasciato il parto star coperto,/Ma ben, ch’Aglauro havea rotto il contratto,/Ne sol per se quel cesto havea scoperto,/Ma c’haveva à quell’altre anchor mostrato/Quel mostro, ch’ Eritthonio era nomato[4]”.

c)      Fu a lei che Ermes, innamorato di Erse, offre dell’oro in cambio della possibilità di entrare nella stanza della sorella. Aglauro invece si tenne l’oro e non aiutò Ermes perché era gelosa di Erse a causa di una maledizione di Atena. Allora Ermes la trasformò in una pietra nera.

Ecco come Ovidio descrive la trasformazione in pietra di Aglauro:

Pur detestandola, Minerva, la dea di Tritone, si rivolge a lei con queste brevi parole:

“Infetta col tuo veleno una figlia di Cècrope, quella. È scritto. Aglàuro è il suo nome”. E senza una parola di più, facendo leva con la lancia, si stacca da terra e vola via. Mentre con occhio bieco guarda Minerva che fugge, Invidia, amareggiata di doverla accontentare, brontola un attimo fra sé, poi prende il suo bastone, tutto avvolto da una fascia di spine. Nascosta da una nuvola nera, ovunque passa, calpesta i fiori dei campi, brucia l’erba, strappa la cima delle piante, e col suo fiato appesta popoli, case e città. Giunge alla fine in vista della rocca consacrata a Pallade, fiorente di ingegni, di benessere e di pace festosa: a stento trattiene le lacrime, non scorgendo nulla che strappasse il pianto. Entra comunque nella stanza della figlia di Cècrope e l’ordine esegue: con la sua mano livida le tocca il petto e le colma il cuore di rovi e spine, le inietta un virus tossico e lungo le ossa, dentro i polmoni, nero come la pece, le sparge e diffonde il suo veleno. E perché i motivi del male non andassero dispersi, davanti agli occhi le pone l’immagine della sorella felicemente sposata a quel nume affascinante, portando il tutto alle stelle. Irritata, la figlia di Cècrope è morsa da un dolore occulto e in ansia geme la notte, in ansia il giorno; tormentata da quel lento stillicidio si strugge, come ghiaccio sfiorato appena dal sole; la sorte felice di Erse la brucia a poco a poco, come se metti un fuoco sotto a sterpi freschi, che non divampano, ma si consumano al lento calore. Per non vedere quella gioia a volte vorrebbe morire, a volte denunciarla al padre intransigente come illecita; si siede infine sulla soglia per impedire al dio, quando fosse tornato, di varcarla; e a lui che la blandisce con le sue preghiere e le parole più gentili: “Smettila,” gli grida, “io non mi muoverò di qui se prima non t’avrò cacciato”. “Starò al tuo patto”, le risponde in un lampo il dio di Cillene, e con la verga spalanca la porta cesellata. Lei fa per alzarsi, ma le membra, che pieghiamo all’atto di sederci, appesantite da uno strano languore, rifiutano di muoversi. Si sforza in ogni modo di drizzarsi in piedi, ma le ginocchia sembrano di marmo, un gelo si propaga sino alle dita, esangui impallidiscono le vene; e come il cancro, quel male incurabile che si diffonde ovunque, aggredisce dopo quelle intaccate le cellule sane, così quel gelo mortale le penetra a poco a poco nel petto e del respiro le occlude le vie che donano la vita. Lei non tenta nemmeno di parlare, ma se anche tentasse, non avrebbe sfogo la voce: di sasso ormai era il collo, impietrito il volto, una statua immobile, esangue. E bianca non è la pietra: la mente sua l’ha imputridita.” – Ovidio Metamorfosi II 28

d)      Secondo un’altra versione, pare invece che non fu lei ad aprire il cesto di Erittonio perché si sarebbe gettata dall’acropoli a motivo di un oracolo in base al quale gli ateniesi avrebbero fatto grandi conquiste se qualcuno si fosse sacrificato per la propria terra o, secondo Graves, si gettò per salvare Atene da un assedio, come disse l’oracolo[5]. Per questo poi le dedicarono nella realtà un tempio ad Atene[6] dove i giovani soldati facevano il loro primo giuramento di difesa della patria – di qui le celebrazioni[7] delle feste Aglaure.

Su di un fianco dell’acropoli, alle spalle della strada di accesso, dove nessuno stava di guardia e per dove nemmeno si pensava che mai essere umano potesse salire, proprio lì, all’altezza del tempio di Aglauro, figlia di Cecrope, si arrampicò un gruppo di nemici, benché il tratto fosse assai scosceso.[8]”

Ares

e)      Per Apollodoro Aglauro ebbe una figlia da Ares, Alcippe: “[Cecrope ndr] lasciò tre figlie, e furono Agraulo, Erse e Pandrosa. Da Agraulo e da Marte nacque Alcippe. Essendo stato da Marte sorpreso Alirrozio, figlio di Nettunno, e della ninfa Eurite, nell’atto di violarla, da quel Dio fa ucciso: onde Nettunno querelò come reo di omicidio Marte all’Areopago; ma per sentenza di dodici Dei fu assoluto.[9]”

[1] Robert Graves, I miti greci, ed. Longanesi, 2015, 25,4
[2] Vocabolario Greco, Rocci, Dante Alighieri, 1987
[3] Encyclopedia of Greco Roman Mythology, 1998 by Mike Dixon-Kennedy, vedi Cecrops
[4] Ovidio, Metamorfosi 2
[5] Graves Ibid, 25,f
[6] Dove dai giovani ateniesi veniva venerata anche una delle Ore, Thallo – New Larousse Encyclopedia of Mythology, Crescent Books, 1987
[7] Anna Ferrari, Dizionario di Mitologia, De Agostini, 2006
[8] Erodoto, Le Storie, VIII, 53
[9] Apollodoro, Biblioteca, III 14 2-5

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