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26 – Josh il Franchristein

26 – Josh il Franchristein

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DEPECHE MODE: WRONG

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Josh per rinascere socialmente nel Kibbutz ha deciso di ingraziarsi metodicamente i “cool guys” del kibbutz.

Per cominciare la scalata ha deciso a priori che sarà il miglior amico di Assim e per farlo pretende di stare seduto davanti nel pick up.

Stare seduti là davanti è un premio che ci si guadagna col rispetto, col lavoro e spesso col silenzio. Dev’essere Assim a chiedertelo e lo fa solo quando sente da te amore e profonda empatia. Invece Josh si è forzatamente messo al suo fianco, pensando che le sue facce, le sue smorfie, le sue battute “crazy” lo facciano sbellicare dal ridere.

Josh si prende lo spazio con arroganza e insiste col suo modo da presentazione ai Grammy Awards.

Noi guardiamo quel sacrilegio inorriditi.

Assim non ride. Josh non capisce.

Non ha capito che Assim è un’anima senza tempo che prescinde dalle ere geologiche.

Assim infatti si infastidisce, lo fa scendere dal pick up e lo spedisce dietro. Una cocente umiliazione davanti a tutti.

Josh non ha capito un cazzo.

Così decide di puntare tutto sul calcio per recuperare le simpatie dei maschi che contano ma preso dalla foga interviene male, fa male.

Tutti si incazzano e gli dicono di andarsene.

Josh esce in polemica:

«Prima ti dicono di giocare poi se giochi male ti trattano come una merda!  – grida minacciando e camminando come un marine – Fottuti bulli israeliani! Fuck’em all!»

Josh imbarca acqua.

Assim cerca di evitarlo, tutte le ragazze dicono che è pesante e invadente, i “cool guys” del kibbutz lo snobbano.

Josh imbarca sempre più acqua.

Quando comincia a parlare molti si lanciano occhiate esasperate.

Io lo soprannomino “The Saxon” perchè ci asfissia con i racconti sulle invasioni dei sassoni e degli arcieri con l’arco lungo. Quel nome gli rimane, gli altri lo collegano alla sua invadenza. Invasione sassone.

Più lo si allontana, più scherziamo su di lui più diventa aggressivo perché Josh amava deridere tutti ma non che qualcuno lo derida.

Josh non è il più amato e comincia a soffrirne.

Vuole lo scettro a tutti i costi. Lo cerca tra le nostre mani. Ma nessuno lo ha.

Perciò si sente tradito da tutti. Dalla vita. Da Israele.

There’s something wrong with me chemically Something wrong with me inherently
The wrong mix in the wrong genes I reached the wrong ends by the wrong means
It was the wrong plan In the wrong hands The wrong theory for the wrong man
The wrong eyes on the wrong prize The wrong questions with the wrong replies
Wrong
Wrong

Un giorno gli dico che la lingua inglese per molti è solo un “tool”, come un utensile, un arnese che usiamo ma non amiamo, dato che ci è stata imposta. La prende personalmente tanto da cominciare a parlarmi in un inglese difficilissimo per due settimane per farmi sentire ignorante. Io non faccio una piega: mi sta simpatico lo stesso.

Josh si sta intorvando sempre più.

Quando beve diventa sempre più manicheo ed esigente con se stesso:

«Cazzo! Ho fumato e bevuto troppo! Sono una merda!» – si grida addosso con fanatismo quando finisce la serata.

Quando beve aumentano i suoi discorsi da puritano:

«Ho migliorato ogni aspetto delle mie debolezze, giorno per giorno nella mia vita, sono diventato una fortezza di responsabilità e di rispetto verso me e il mio corpo!» – dice scandendo ogni parola.

Quando beve diventa sempre più aggressivo e la notte fa sempre più giochi con le mosse di arti marziali imparate per difendersi dai bulli.

Nel kibbutz si sussurra ovunque che è manesco.

«Mi ha fatto male» – mi confida un ragazzino di mattina.

Josh vacilla sempre più.

I was born with the wrong sign In the wrong house With the wrong ascendancy
I took the wrong road That led to the wrong tendencies
I was in the wrong place at the wrong time For the wrong reason and the wrong rhyme
On the wrong day of the wrong week I used the wrong method with the wrong technique
Wrong
Wrong

La sua esistenza però ha un vero e proprio appuntamento con Israele perché i suoi problemi non finiscono mai.

Una sera, appena finito di farmi la doccia, sento un putiferio.

Mi affaccio fuori e vedo gente che corre ovunque, facce scandalizzate, occhi sgranati e tutti che accorrono.

Unica costante: Josh livido e livoroso che grida come un demonio minacciando di morte qualcuno mentre la sua ragazza piange nel divano circondata dalle altre volontarie.

Mi ci vuole un pò per capire.

In sintesi il nostro vicino, uno schivo israeliano che abita a fianco a noi in una casa quasi completamente abbandonata, uno che ho incrociato al massimo due volte in tre mesi, ha avvicinato la bellissima ragazza di Josh con la scusa di offrirle qualcosa da bere e una volta in casa ha provato a montarsela con foga.

Il Kibbutz nel caos. Le voci si avvicendano:

«Lei l’ha provocato» – gira la prima voce da noi subito smentita.

«Lei non è una che provoca. Non è colpa di Josh stavolta!» – protestiamo.

«Il vicino è un pazzo» – incalza una seconda corrente.

Molti nel Kibbutz ripetono che il nostro vicino è da sempre ambiguo, vigliacco, asociale e che aveva già avuto dei precedenti a sfondo sessuale.

«Josh fa bene a minacciarlo, se toccassero la mia ragazza farei lo stesso» – alcuni difendono Josh.

«Possibile che lui sia sempre in mezzo?!» – tutti a ripetere.

Sì. Il fantasma che aleggia è quello.

Ogni problema ha Josh al suo centro. E anche se noi siamo qui a difenderlo, siamo sbigottiti da quello strano accanimento del Destino.

Nel Kibbutz si impone una voce sola: da quel ragazzo vengono sempre incomprensioni, dissapori, liti.

Nonostante la sua temporanea innocenza, lo vogliono fuori.

È vero. Intorno a Josh è emerso uno strano alone.

Un karma negativo lo circonda come una nebbia.

Ora basta un respiro sbagliato che lo sbattono fuori dal Kibbutz. Josh rischia di andare via da Israele come nel suo peggior incubo, come dice lui, come un Loser.

Lui dice che è una prova datagli da Dio e che lui deve vincere i suoi demoni.

Perciò ha una sola possibilità davanti a sé: piegare il Destino.

Lui allora smette di fumare. Smette di bere.

E ricomincia a farci la predica.

Mentre noi fumiamo ci dice che lui non ne ha toccata una.

Mentre noi beviamo ci ricorda che il giorno dopo al lavoro saremmo fiacchi.

Ecco di nuovo Josh il predicatore.

Allora lo ribattezzo “The Saxon Wasp” (White Anglo-Saxon Protestant) anche se lui mi accusa di offendere la sua ragazza di colore. Io, l’italiano politicamente scorretto.

There’s something wrong with me chemically Something wrong with me inherently
The wrong mix in the wrong genes I reached the wrong ends by the wrong means
It was the wrong plan In the wrong hands The wrong theory for the wrong man
The wrong eyes on the wrong prize The wrong questions with the wrong replies
Wrong
Wrong

A parte le sue prediche Josh ritorna cordiale, gentile, disponibile. Tutto comincia ad appianarsi.

Le cose paiono risolversi tanto che Josh pensa di rimanere nel Kibbutz a lavorare per altri mesi.

Si riapre l’antico miraggio della sua vittoria morale sul padre che lo tratta da perdente. Da Loser.

Una sera c’è una festa di compleanno.

Quella sera segna il ritorno in grande stile di Josh.

Tutti intorno a lui acclamanti.

È divertente, sta bevendo, anche le ragazze hanno ripreso confidenza con lui.

Ho ancora l’ultimo ricordo di Josh che sorride e balla in modo particolarmente sensuale e divertente. La musica in piena.

La ragazza di Josh gli si china davanti mentre lui divertito fa la mossa che piace tanto agli angloamericani ubriachi: fingere di sculacciarla e montarla da dietro.

È il must della gloria da pista per gli angloamericani.

In quel momento però, attirata da tutte quelle luci d’attenzione, arriva una bella ragazza francese, fidanzata con un kibbutznik belga, che punta Josh mentre balla con la sua bellissima pantera. La vedo da lontano cercare Josh col corpo, coi fianchi. Lo desidera nel gioco voyeuristico del ballo a tre. Anche lei si china per ricevere il sigillo di un’estate sensuale.

Josh, pensando che sia divertente, con una mano la piega e con l’altra mima i colpi ritmati di cavalcate erotiche.

Mi ricordo ancora che si volta a guardarci soddisfatto con faccia innocente, felice di essere al centro dell’attenzione.

L’occidente.

Il belga, ebreo di ultrasinisistra, si avvicina a Josh col viso sarcastico. Josh risponde con sorriso innocente.

Lo so: è convinto della sua innocenza.

L’Occidente.

Il belga lo affronta a male parole e noi ci lanciamo prima che succeda il peggio. Ma non possiamo fermare il Destino.

L’alcool ha già trasformato Josh in un titano cieco.

L’Occidente.

Il suo corpo si gonfia irrigidendosi.

Il suo sguardo si ottenebra.

La sua voce diviene fuoco che sputa demoni.

In poco tempo vedo spinte e di nuovo violenza.

Facciamo da cuneo spingendo via il braccio di Josh ma in mano ha la camicia del francese. Strappata.

Josh è una furia.

La festa finisce.

«È sempre lui! È sempre lui» – tutti a gridare.

Lo portiamo via da lì a stento, per proteggerlo. Da se stesso.

I was marching to the wrong drum
With the wrong scum Pissing out the wrong energy
Using all the wrong lines And the wrong signs With the wrong intensity
I was on the wrong page of the wrong book With the wrong rendition of the wrong look
With the wrong moon, every wrong night With the wrong tune playing till it sounded right
Wrong
Wrong (Too long) Wrong (Too long)

«Voi non capite! Non sopporto la violenza!» – grida bloccandoci tutti.
Io gli credo. Ma sento in lui forze oscure.

«Voi non l’avete mai provato! Da quando ero piccolo tutti mi prendevano per il culo! Tutti mi picchiavano!» – si agita gridando e respingendoci come un animale braccato.

Io gli credo. Ma sento troppa rabbia in ballo.

«Voi non l’avete mai provato! Io invece so cosa significa essere umiliati!» – ulula come una bestia ingabbiata e impaurita che digrigna contro tutti.

Il suo viso comincia a deformarsi. Deformarsi dal pianto.

«Un giorno mi bussano a casa, bussano alla mia cazzo di porta di casa ed erano i miei amici! Sì, erano i miei fottuti amici! – urla e piange – Io gli ho aperto la porta di casa e loro erano venuti con dei fottuti bulli del quartiere che sono entrati in casa mia e davanti a me hanno portato via tutto! Tutto!» – le lacrime roventi, lo sguardo famelico.

«Quelli erano i miei amici! E io non ho avuto il coraggio di fare nulla! Nullaaaah!! – grida e le sue mani chiedono vendetta.

«E quando è tornato a casa mio padre cosa credete che sia successo?! Cosa credete?! Mi ha picchiato anche lui! Mi ha detto che ero un perdente, un Loser! Allora, da quel momento ho potenziato il mio corpo, ho fatto arti marziali, sono diventato un asceta perchè mi dovevo difendere, dovevo battere chi mi offendeva!» – è tornato il calvinista.

«Tutti mi deridevano finchè io non li ho piegati uno per uno! Ho forgiato il mio corpo ogni giorno con la forza della mia VO-LON-TÁ! – le sue parole scandite lentamente – Finchè non ho ottenuto il rispetto di tutti!»

Io in Josh vedo un soldato.

Un soldato umiliato di un paese straniero umiliato.

E per vendetta quel soldato umiliato vuole umiliare gli altri.

«In tutti questi anni ho vinto me stesso dimostrando a tutti che ero il migliore! – ci guarda con sfida, perché questo c’è nel suo cuore – e ormai ce l’avevo fatta! Io avevo vinto me stesso e le mie paure finchè non sono venuto qui! In questo paese di merda! Voi non capite un cazzo! – il suo corpo comincia a cedere.

«Io non sono un perdente come dice mio padre! È da sempre che mi dice che sono un perdente! – piange quasi implodendo – È una vita che mio padre mi grida che sono un perdente! E questo è un paese di merda!»

In quella scena delirante arrivano i guardiani di turno del Kibbutz. Per evitare che lo vedano come un ossesso mi avvicino per farlo camminare avanti.

Io sono uno di quelli con cui scherza di più con me è sempre stato affettuoso. Mentre lo abbraccio per portarlo via mi scaraventa a terra come se io non avessi gravità.

Non c’era più amico o nemico per lui. Io ero zero.

C’erano solo le sue ossessioni, le sue fobie, le sue paranoie.

Mi rialzo subito senza nemmeno sognarmi di reagire.

Incontro lo sguardo di Assim pronto a saltare addosso a Josh.

È stato un attimo.

In un attimo tutti noi incrociamo lo sguardo.

Ebrei, arabi, volontari di altri paesi.

Ci guardiamo con uno sguardo umano, condiviso.

Josh, un attimo prima è un luna park dei divertimenti e l’attimo dopo un dio irato e accecato.

Noi da ora non lo difendiamo più.

Josh è l’occidente: sradicato, aizzato, impaurito, micidiale, indifeso, sordo al mondo, pungolato da ossessioni, convinto di essere umiliato e schernito da chi ama.

È un grosso Cristo sofferente ma vindice, una macchina da guerra senza più sentimento.

L’Occidente.

Ai nostri occhi si aggiungono quelli dei guardiani di turno del Kibbutz. Sono i ragazzi stessi del Kibbutz.

Ci guardiamo tutti e nessuno ha più da difenderlo.

Ha appena firmato la sua condanna: fuori dal Kibbutz.

I was born with the wrong sign In the wrong house With the wrong ascendancy
I took the wrong road That led to the wrong tendencies
I was in the wrong place at the wrong time For the wrong reason and the wrong rhyme
On the wrong day of the wrong week I used the wrong method with the wrong technique
Wrong

Quando rivedo Josh è l’alba.

Lo troviamo vicino a casa di Assim, nel lago.

Si sta fustigando la schiena con una canna.

Abbiamo sentito quegli schiocchi da lontano ma non abbiamo immaginato fossero frustate nella schiena.

È stato Assim a chiamarci:

«This man crazy, crazy!» – ci ha detto al telefono con un inglese inadatto a descrivere un ragazzo che si sta fustigando seminudo mentre grida a se stesso che è un bambino cattivo.

Pare sia lì da molto tempo.

«Sei cattivo! – si urla colpendosi – Ha ragione papà!»

Il sangue gli cola lungo la schiena.

Io e Ram lo guardiamo a bocca aperta.

«Non sei stato capace di controllarti!» – si sente all’ennesima frustata.

Quando ci vede si ferma.

Ora che qualcuno l’ha visto l’espiazione e la catarsi può avvenire. Ma solo allora. Come in televisione. Dove tutto è vero solo perché è visto.

«La tua ragazza sta piangendo da ore perchè sei scomparso!» – gli dice Ram.

È vero: lei è in lacrime da ore e già con le valige pronte spaventata e desiderosa di fuggirsene.

«Ti devi fare il biglietto!» – lo avvertiamo della sentenza del Kibbutz.

Josh prova a scusarsi con me ma gli dico di lasciar perdere.

Sono affezionato a Josh a prescindere.

Non so perché ma provo molta empatia per lui.

Non riesco a giudicarlo.

Però adesso provo fastidio perché sento che vuole essere ospitato da Assim, il beduino arabo. L’ho pensato da subito, da quando ho saputo che era lì.

Provo fastidio perchè so che così mette in difficoltà Assim.

Cercare rifugio da Assim significa creargli problemi.

Lui abbassa lo sguardo e ci dice:

«Credete che mi faranno rimanere fino al giorno della partenza?»

«No way» – gli rispondiamo.

«Credete che se lo chiedo ad Assim mi farà rimanere a casa sua per qualche giorno?»

«Saresti un pezzo di merda a chiederglielo» – gli rispondo immediato sicuro che Assim lo ospiterebbe.

«Grazie fucking, dirty, filthy italian! Tu sì che mi incoraggi!» – mi risponde ironico facendoci ridere di nuovo.

Ram gli troverà una stanza in un altro Kibbutz fino al giorno della partenza.

Dopo tre giorni lo salutiamo.

Non abbiamo mai più saputo nulla di lui.

Nessuno gli ha chiesto nè il telefono nè la mail.

«Vi cercherò io» – ci aveva detto.

Sapevamo che non era vero.

Non voleva più sentire né ricordare Israele.

Non so cosa sia stato di lui anche se lo immagino a fare lo showman o il politico di successo. O forse il soldato.

Forse tutte e tre le cose insieme.

Lui era l’Occidente.

Era un bambino, era un luna park, era un soldato.

Un’arma potente che prima o poi farà fuoco.

Con drammatica innocenza.

L’Occidente.

Chi di noi non è come Josh scagli la prima pietra.

 

I was born with the wrong sign In the wrong house With the wrong ascendancy
I took the wrong road That led to the wrong tendencies
I was in the wrong place at the wrong time For the wrong reason and the wrong rhyme
On the wrong day of the wrong week I used the wrong method with the wrong technique.

 

Leggi la prima parte di Josh il Franchristein

 

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