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25 – Il Franchristein: l’incubo di essere un Loser

25 – Il Franchristein: l’incubo di essere un Loser

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«Ho forgiato il mio carattere giorno per giorno. Ogni giorno ho edificato il mio corpo come una macchina. I miei muscoli, la mia cultura, la mia persona: per non essere più un perdente»

– scandisce Josh con l’enfasi di un bambino.

Fanatico come solo un bambino  o come un adulto offeso.

E quel bambino offeso era più terrifico di qualsiasi soldato.

 

Josh deve andarsene via dal Kibbutz. È stato espulso.

Un fatto incredibile per una piccola comunità.

Mentre lo saluto, nel viale alberato, guardo i segni che ha sul collo. Anche Ram li guarda, ma finge di nulla.

Un rosso incandescente esce dal colletto della maglietta di Josh e risale sin dietro le orecchie.

Tutti quei graffi hanno addirittura sollevato la pelle.

Sappiamo cosa sono.

Lo abbiamo trovato questa mattina vicino al lago, da solo, mentre si fustigava la schiena con una canna.

Il sangue gli scendeva lungo le gambe.

Ora mentre lo saluto per l’ultima volta mi chiedo che fine farà, mi chiedo cosa ne sarà di lui e di quella sua faccia da soldato bambino nella sua sconfitta più cocente.

Ora mi chiedo che ne sarà dell’Occidente intero.

Perchè Josh è l’Occidente intero.

 

EVERYTHING IN ITS RIGHT PLACE – RADIOHEAD

Everything, everything, everything, everything..
In its right place
In its right place
In its right place
Right place

 

Josh è di Londra.

Quando parla stringe sempre tra le dita la collana con la stella di David che gli ha regalato il nonno.

Non è ufficialmente ebreo perché la madre non lo è.

«Mio nonno era ebreo, era un grande uomo e mi diceva sempre che sognava di andare in Israele. Così ci sono venuto io, in nome suo, a vedere la fottuta terra dei miei avi!» – dice mischiando il suo tono fanatico alle battute più sferzanti e sorprendenti.

«Vero filthy Italian? Ti ha mandato il governo italiano a fare la spia in Israele eh!?» – esclama per farci ridere.

Poi indica il volontario tedesco e caricando la suspense, urla teatrale:

«Tu sei una spia nazista sotto copertura! Non mi fottete voi due! Vi ci vedo già nel trattore, nascosti, a scrivere sulla carta igienica “My Struggle”! (Mein Kampf – in Inglese)» – esclamava imitando la mimica hitleriana trascinando tutti nelle sue smorfie.

Josh era un portento energetico e aveva tutte le sacre stimmate sanguinanti dell’occidentale:

Nel nome del Padre: devi piacere a tutti, nessuno escluso.

Nel nome del Figlio: devi essere il migliore di tutti in ogni momento.

Nel nome dello Spirito Santo: tutti ti cercheranno, ti acclameranno, ti vorranno con sé.

E così fu crocifisso.

 

Everything, everything, everything..

In its right place

In its right place

Right place

 

La prima volta che l’abbiamo visto, eravamo appena tornati dai campi. Stanchi, accaldati, assonnati.

Abbiamo sgranato gli occhi: lui un incrocio tra Matt Damon in versione nerd e Mark Whalberg in versione soldato con cappellino girato di lato e una maglietta trendy; lei una pantera nera – bellissima – nata da un padre nigeriano e madre del Galles, con un vestitino aftersun e una cravatta appesa al collo.

Sembravano due modelli alla sfilata.

Il peggior modo per presentarsi in un kibbutz rurale.

Il peggior momento per essere accolti da noi, sempre più stipati in una sola casa per far spazio ai militari venuti per sgomberare i coloni da Gaza.

Senza quasi salutarli abbiamo protestato perchè non c’era più spazio per nessuno in quella casa.

Così lui è finito isolato nella “casa dei giochi”, una casupola di legno senza bagni e senza letti dove si andava a leggere e a riunirsi prima del caos coi militari; lei è invece rimasta da noi ma altrettanto isolata perchè da sola consuma l’acqua per sette.

Lui e lei, abituati ad essere al centro dell’attenzione, ci sono rimasti malissimo ad essere scartati.

Nel Kibbutz vigono leggi diverse dalla metropoli dove ti basta fare il figo all’aperitivo. Qui no.

Qui viene fuori tutto. Subito. Per sempre.

Qui, in una terra tribale, rurale, aspra, dove ogni espressione umana è sapientemente dosata come l’acqua nel deserto, Josh risulta un pachiderma umano: esoso, vistoso, ingombrante, invadente.

Josh è ricco e lo fa capire.

Josh è bello ma la sua forza gli toglie grazia.

Josh è divertente ma le sue battute non hanno pause.

Josh è colto e curioso ma la sua voce diventa una costante pesante e persistente.

Josh impone i suoi discorsi a forza e se interrotto è pure permaloso.

Josh è come l’occidente.

Nel sud del mondo vigono leggi scritte da persone silenziose e poco visibili. Chi sopravvive nel deserto è chi rimane nascosto. Dal sole, dalle prede, dai predatori.

Josh voleva farsi re. E così fu crocifisso.

Da tutti.

 

Everything, everything, everything, everything..

In its right place

In its right place

In its right place

Right place

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

 

Josh è partito in Israele con pochissimi soldi e il cuore pieno di aspettative. Intende riconciliarsi con le origini e soprattutto mostrare al nonno – un Mosè mai giunto alla terra promessa per troppi impegni – e al padre – un ricco manager disinteressato alle origini ebraiche che lo tratta come un perdente, come un Loser – che ha avuto più coraggio e grinta di loro.

Israele è il sigillo finale della prova iniziatica cominciata da piccolo, quando da brutto e debole anatroccolo vessato dai bulli, è diventato un londinese smart, muscoloso e con la ragazza più desiderata dell’Università.

 

Everything, everything, everything, everything..

In its right place

In its right place

In its right place

Right place

 

Oggi Josh è sparito. Gli è successa di sicuro un’altra delle sue disavventure.

Stamattina al lavoro ha protestato aspramente perchè un sudamericano è arrivato in ritardo e nessuno diceva nulla.

Josh ha voluto mostrarsi ligio al dovere, far capire che lui è meglio, che è impeccabile e ne ha fatto una questione.

Mentre protestava però è passato un boss del kibbutz, ci ha squadrati tutti come la mano del Destino quando gira male, ed ha puntato Josh:

«Tu, vieni con me» – gli ha detto.

È da allora che Josh è scomparso.

Lo rivedo ora, passando dai bagni del campo da calcio. Si intravvedono i suoi piedi mentre è seduto nel cesso.

«Che fine hai fatto?» – urlo.

Lui esce seminudo: in piedi, con mutande e pantaloni alle caviglie, con la maglietta che lascia intravvedere il ciondolare del suo pene. Con la carta igienica stretta nel libro “The Saxon invasion”.

Non appena lo vedo mi stendo a terra dalle risate. Vere.

«In Israele non mi lasciate in pace nemmeno quando vado a cagare!? Che cazzo hanno fatto di male i miei avi se mi sta succedendo tutto questo?!»

Josh ha me davanti piegato in due dal ridere. Anche se sono solo, sono un pubblico. Non può resistere.

E così comincia lo show.

«Sai dove sono finito oggi?» – mi chiede facendo le sue pause e le sue facce da attore.

Io già rido all’idea, ride anche lui, ma con sarcasmo velenoso, che è ancora più travolgente.

«Quel pezzo di merda mi ha chiamato e mi ha detto: ho un lavoro per te. Tu guardami! Perché io, oggi, con le scarpe basse e i bermuda estivi sono finito a maneggiare liquami e residui di animali: stiamo parlando di merda!»

Io, incredulo, non mi trattengo. Anche se so che è una questione di karma io sono costretto letteralmente a piegarmi a terra piangendo dalle risate.

«Ero con una maschera antitossica pesantissima sotto il sole cocente, sotto un fottuto sole devastante che alla fine mi tolgo la maschera perchè non respiravo bene, perché avevo la gola che mi bruciava e come risento quell’odore ho pure vomitato!»

Le mie risate gli danno carica.

«Poi quello stronzo mi ha fatto pranzare sotto il sole in mezzo a effluvi nauseabondi e tu mi chiedi che fine ho fatto?!»

Prendere la scena e far ridere era il suo talento.

«E poi dato che mi sono rifiutato di mettermi le protezioni mi sono trovato tutto irritato nelle braccia! Ora sono in paranoia per possibili contaminazioni e malattie!»

Vedendomi ridere così tanto non si trattiene dal continuare. Io sapevo però che era insoddisfatto di non essere l’idolo di tutti, il più amato. Sapevo che si stava realizzando il suo orrore: diventare un Loser.

«E tu vieni a disturbarmi quando dopo un’altra giornata di merda sto cagando in pace? – mi incalzava tra l’esasperato e il divertito.

«Dimmi che cazzo ha fatto la mia discendenza ebraica per farmi succedere tutte queste cose? Rispondimi fucking filthy italian!» – mi chiama così perché dice che gli italiani sono politicamente scorretti.

«Tu ridi ma non sai che cazzo di altro mi è successo da quando sono arrivato in Israele!» – grida senza sapere più se ridere o se piangere.

Josh era un’intera civiltà dell’entertainment chiusa dentro un soldato bambino che avrebbe ammazzato la madre pur di essere al centro dell’attenzione.

Seminudo e sarcasticamente esasperato, mi racconta tutta la sua via crucis in Israele.

Giuro, non ho mai riso tanto in vita mia con una persona così lontana da me. È raro ridere di gusto con gli amici di una vita, figuriamoci con persone poco conosciute e in una lingua diversa.

 

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

 

«Quando sono arrivato con lei (la ragazza ndr) a Tel Aviv ho pensato che sarebbe stato romantico dormire in spiaggia di notte.» – comincia gongolandosi.

«Cominciamo a scopare – fa lui baciandosi le dita – e ti assicuro che quando scopi con lei è come non scopare!»

«In che senso?» – gli chiedo ben sapendo di cadere nella sua macchina da intrattenimento.

«Non lasciamo tracce. – dice – perchè si succhia anche quelle!»

Alla battuta mi sorride istrionico, facendo sarcasmo su di sé.

«Quella notte, insomma mentre ci sdraiamo per far l’amore, si avvicinano dei ragazzi – uomini e donne – con cui abbiamo subito fatto amicizia bevendo insieme. Cazzo era tutto cool, figo, friendly. Ho pensato: quest’estate spacchiamo! Con quei ragazzi siamo entrati in confidenza tanto che ad un certo punto si sono preoccupati per noi»

«Per cosa?»

«Senti, ci dicono: Ragazzi attenti che nella spiaggia di Tel Aviv spesso vi rubano tutto mentre dormite ma finchè ci siamo noi state tranquilli! Se siete stanchi andate pure a dormire.»

«Così, stanchi abbiamo scopato e ci siamo addormentati. Ad un certo punto ci svegliamo di soprassalto. C’era un gran chiasso. Quei ragazzi urlavano che qualcuno aveva provato a derubarli! Così ci hanno circondato chiedendo aiuto ma noi eravamo frastornati: stanchi dal viaggio e ancora un pò brilli ci siamo alzati subito e siamo andati ad aiutarli. Ci dicono che però i ladri sono fuggiti, così anche i ragazzi se ne sono andati tutti a denunciare alla polizia lasciandoci da soli.»

Josh mi guarda con un sorriso diabolico.

«Quando siamo tornati alle nostre cose ci siamo accorti che invece proprio noi eravamo stati derubati! I nostri “nuovi amici” ci avevano fottuti! Hai capito questi israeliani pezzi di merda!?» – mi grida mentre la rabbia gli risale.

«Erano quei pezzi di merda i ladri! – insiste e aizzato dalle mie risate continua a raccontare – E questo è stato il mio primo giorno! Figurati il resto! Fottuti israeliani di merda!»

 

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

Yesterday I woke up sucking a lemon

 

 

«Così senza più soldi, senza più vestiti e documenti, senza più iPod e senza più macchina fotografica il giorno dopo ci siamo fatti dare dei documenti dall’ambasciata e siamo andati all’ufficio dei volontari internazionali per i Kibbutz.»

«Non potevate…» – accenno io.

«Non ho chiesto soldi a casa perché non potevo fare la figura di merda dicendo che mi avevano rubato tutto il primo giorno. – mi anticipa – Mio padre mi avrebbe detto: torna a casa fucking Loser. Non dovevi andare in Israele per tornare ricco?» – dice imitando una voce secca e autoritaria.

Così Josh, partito con l’handicap, gioca al rilancio:

«Dovevo recuperare il mio orgoglio: allora all’ufficio di smistamento ho chiesto di essere mandato in un “Kibbutz avanzato, industriale, ben organizzato, dove si lavora e si guadagna”.» – mi guarda complice facendomi capire che tutto sarebbe andato allo sfascio.

«Mi mandano in un Kibbutz vicino a Gerusalemme e sai che c’è? Mi fanno lavorare in maniera serrata in una vera e propria fabbrica! Avevamo i minuti contati e c’erano anche le telecamere a controllare e calcolare quanto stavamo a fumare o quando andavamo in bagno! Ti rendi conto? La mia esperienza in un fottuto lager di Gerusalemme?!» – urla ridendo.

«La mia ragazza però non reggeva quel ritmo. I rapporti con tutti sono cominciati ad andare male e lei mi ha chiesto di andare via da lì, di cambiare Kibbutz. Così ci siamo presi i pochi soldi guadagnati e ce ne siamo andati a Gerusalemme, senza nemmeno i soldi per un ostello, per passare finalmente una notte romantica nella città santa prima di ripartire a Tel Aviv.»

Io questa volta rimango sospeso, serio, incredulo a immaginarmi altre sventure.

«Mentre camminavamo per le strade di Gerusalemme, quando era ormai notte, nella penombra alcuni ragazzi dei quartieri arabi ci hanno chiesto se volevamo fumare con loro. A noi è sembrato cool, un colpo di fortuna»

Già, Josh come tutti noi occidentali, è sempre alla ricerca dell’evento crazy&friendly&cool da raccontare a tutti al ritorno.

«Così cominciamo a fumare e io mi trovo mano a mano sempre più distante da lei. All’inizio non me ne sono reso conto ma poi mi trovo dietro l’angolo a parlare e ridere con quegli arabi mentre non vedo più la mia ragazza. Così mi alzo e la cerco, la trovo dietro l’angolo che provava a divincolarsi da palpeggiamenti pesanti. Lei era agghiacciata, impaurita, non riusciva ad urlare, ed io allora sono uscito di testa! Hai capito? Dopo gli israeliani si sono messi anche i fottuti arabi!»

Io sono sconvolto. Non riesco più a ridere.

«Quando ho realizzato ho fatto l’inferno. Quei pezzi di merda mi circondavano e mi deridevano, mi affrontavano. Allora ho gridato spaventato finchè non è arrivata la polizia, per fortuna. Abbiamo passato la notte alla centrale di polizia a spiegare l’accaduto e abbiamo dovuto ammettere che avevamo fumato e ti assicuro che la polizia israeliana non ha fatto salti di gioia, ci hanno trattato come due idioti e poi ci hanno fatti andare. Cazzo di paese fottuto questo!»

Il lieto fine mi libera. Ricomincio a ridere e mentre rido penso che sto assistendo ad un vero e proprio spettacolo di un comico moderno, tutto per me. D’altronde solo lui poteva raccontare in giro la storia di un occidentale di discendenza ebraica che bestemmia arabi ed ebrei.

Quel racconto non oso interromperlo.

Everything, everything, everything..
In its right place
In its right place
Right place
There are two colours in my head
There are two colours in my head
What is that you tried to say?
What was that you tried to say?
Tried to say.. tried to say..
Tried to say.. tried to say..
Everything in its right place

«Così, stanchi e afflitti siamo tornati a Tel Aviv e chiediamo un Kibbutz tranquillo – fa una pausa complice – ed eccoci qui!»

Questa volta ridiamo all’unisono ben sapendo tutti i suoi casini.

«In questo fottuto Kibbutz finto tranquillo dovevo finire questa fottuta vacanza iniziata nel peggiore dei modi!?»

Lui continua a raccontare e io non smetto di ridere.

«Volevamo vivere in santa pace questo cazzo di viaggio della svolta della mia vita! Mi capisci?!» – continua ridendo.

Lo show è tutto per me.

«Quando siamo arrivati mi avete subito mandato via in quella fottuta casa senza bagni e senza letti ma soprattutto mi avete mandato nel fottuto giaciglio rifugio di “Mike l’australiano”» – Josh lo imita arcignandosi come un goblin.

Tutti sanno che Mike è isterico e nevrotico.

«Un giorno quel fottuto australiano rientra ubriaco nel “suo” rifugio, cioè camera mia, e che cazzo fa? Accende la luce e si mette a leggere! Io ero lì con la mia ragazza che dormivamo!»

Io continuo a ridere.

«Allora che faccio? Gli spengo la luce e quello stronzo la riaccende. Io la rispengo e gli dico di andarsene. Allora lui la riaccende. Ad un certo punto gli urlo di andarsene e sai quello stronzo cosa mi risponde?»

«No»

«Mi dice che non posso dargli ordini in un luogo pubblico e sbraita isterico. Io a quel punto gli rispondo col dito medio mentre quello starnazzava avvicinandosi aggressivo. Dimmi tu ora cosa avresti fatto al posto mio!? – mi guarda esterrefatto.

Io so che ha ragione. Ma rido forte perché anche quando Josh pensa di avere ragione Israele gli si ritorce contro.

«Volevo dormire e quello sfigato mi stava provocando! Sembrava una checca isterica! Mi era quasi addosso mentre ero con la mia ragazza! Fottuto australiano! Così mi alzo e con una mossa da arte marziale lo scaravento al muro e gli do un pugno nello sterno finale.» – Josh mima tutta la scena con solo la maglietta addosso.

Josh ha un talento unico nel farti ridere con le sue acrobazie facciali.

«Quel fottuto Mike è scappato isterico e piagnucolante!»

Il resto della storia? Mike è andato in giro per tutto il Kibbutz dicendo che era stato aggredito brutalmente da quel violento di Josh. Un dramma. Per regolamento non ci deve essere nessuna violenza tra volontari.

Quando la notizia è divampata, noi ci siamo spesi per difendere Josh. L’arringa inscalfibile: l’australiano è un problema per tutti.

Josh è stato ad un passo dall’essere sbattuto fuori ma è stato graziato per l’intervento di alcuni di noi, io per primo.

Io ho sempre voluto bene a quel ragazzo perché in lui vedevo l’occidente: la sua gioia travolgente e le sue paure terrifiche. Lo vedevo comunque buono.

There are two colours in my head
There are two colours in my head
What is that you tried to say?
What was that you tried to say?
Tried to say.. tried to say..
Tried to say.. tried to say..
Everything in its right place

«E se adesso hai finito di rompermi il cazzo, posso andare a pulirmi il culo in santa pace!?» – esclama.

Josh.

Non si spiegava come non fosse amato da tutti.

Non so che fine abbia fatto.

E nemmeno che fine farà l’Occidente.

 

Leggi la seconda parte di Josh il Franchristein

 

 

 

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