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19 – Assim: beduino, arabo, israeliano, rastafari

19 – Assim: beduino, arabo, israeliano, rastafari

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meditazione

Assim è un beduino arabo.

Appartiene a quelle tribù di beduini presenti in terra palestinese quando è stata fondata Israele nel 1948.

Assim non ha nulla a che vedere con queste vicende temporanee ma solo con le leggi immutabili della Natura.

E’ infatti una persona profondamente connessa con le terra su cui cammina e infatti è quasi sempre scalzo.

La sua bussola è il sole.

Il suo orologio è la luna.

A suo tempo parlava sì e no dieci-venti parole in inglese ma siamo sempre riusciti a comunicare senza mai incomprensioni. Un vero miracolo.

Assim è stato accolto nel Kibbutz sin da piccolo e come ad ogni altro kibbutznik gli hanno dato una piccola casa, per iniziare.

Un altro miracolo.

A lui però non andava di stare in mezzo a tutti, perdendo la privacy e rimanendo imprigionato negli schemi sociali. Lui voleva essere pervaso dalla Natura.

Così ha preso un autobus vecchio, l’ha messo davanti ad un piccolo laghetto (la riserva idrica del Kibbutz), lo ha ripulito, svuotato e ci ha messo letto, bagno, cucina e ha aggiunto una terrazza di vetro e pvc. Su quella terrazza ci si sdraia nei divani e si rimane lì in silenzio ad osservare la lotta tra il deserto e le coltivazioni, perché ci si trova sopra l’anello di terra rialzata che funge da argine. È il posto in cui vorrebbe vivere o chi non ha avuto niente o chi ha avuto tutto dalla vita. Alla fine del mondo o all’inizio di un nuovo mondo.

D’altronde quello è un posto magico e chiunque abbia voglia di meditare o riflettere dice: Andiamo nel lago?

I volontari, così come i kibbutznik, vanno tutti lì a godersi il silenzio o a parlare privatamente, per avere privacy.

 

Noi spesso andiamo per parlare con Assim.

Quando arriviamo lo troviamo assorto a meditare sulla terrazza. Anche se lo disturbiamo lui si ricompone e ci sorride.

Ci invita a sederci.

Nonostante lui non sappia bene l’inglese tutti gli espongono i loro problemi in un modo o in un altro. Sembra inverosimile ma è così.

Lui vede e sa che siamo stanchi, provati e snervati dalla vita ripetitiva del Kibbutz, per noi monotona e sfiancante perché senza privacy ma in un modo o nell’altro riesce a farci star bene.

Perchè lui non chiede, non ci chiede nulla. Ci lascia liberi di stare in silenzio a differenza del via vai di israeliani che vengono nelle nostre stanze pullulanti di ninfe.

 

Se in Israele molti giovani ebrei si avvicinano al buddhismo per sfuggire alla morsa religiosa, Assim, come diversi arabi è diventato un Rastafari vero, uno che combatte ogni momento contro pregiudizi e angherie, contro diffidenza e rabbia.

Farsi Rastafari a ben pensarci è l’unica via possibile, che lo ha reso libero.

Assim ha come un’aura intorno a sé. Non è come tutti noi.

Quando ti saluta si mette la mano sul cuore e non lo fa per posa. Come tutti noi.

Quando ti abbraccia non lo fa per scoparti la tua ragazza. Come tutti noi.

Quando ti invita non è per costringerti alla sua amicizia. Come tutti noi.

No, lui non è come noi. È come quelle piante di fico che sotto il sole del sud crescono rigogliose in uno sperone di roccia, in un dirupo, nella fessura di un torrione antico o di un palazzo. È un miracolo.

E noi chiediamo sempre com’è nato quel miracolo.

Il padre era un ricco allevatore di vacche e buoi che viveva nella sua terra poi un giorno arrivano gli israeliani e gli dicono:

«Tu qui non puoi stare, tu ora devi andare a vivere nel villaggio arabo.»

Assim dice che molti non hanno ascoltato gli israeliani e non l’hanno fatto ma il padre sì, è andato in città. Ed è diventato triste.

Inevitabilmente gli chiediamo se il padre, essendo ricco, avesse più mogli:

«Sì mio padre è stato uno degli ultimi ad avere due mogli ma ora con la televisione nessuna donna è più disposta a dividersi un uomo con le altre.»

Ci dice senza nessun giudizio o risentimento. È un’analisi sociologica.

Assim è un essere imperituro, che sopravvive ad ogni moda umana.

«Da piccolo ho odiato mio padre perché dava tutto solo alla seconda moglie e ai suoi figli e nulla a mia mamma e ai miei fratelli. Ora sono felice perché i figli della seconda moglie sono cresciuti viziati mentre noi siamo grandi lavoratori e abbiamo grande dignità. E per questo ringrazio mio padre, perchè non ci ha mai dato nulla.»

È vero.

Assim da subito ha cominciato a lavorare nei campi del Kibbutz ed ora ricopre uno dei ruoli di maggior responsabilità: i sistemi di irrigazione, linfa vitale d’Israele.

Assim inoltre controlla e addestra i lavoratori stagionali come i Thailandesi. Parla il Thai fluidamente. Ha i modi da leader che sa dosare le grida aspre con le pacche sulle spalle.

Non è mai volgare, irriguardoso, eccessivo, viscido con nessuna donna. Thailandesi e volontari lo adorano.

Ragazzi e ragazze lo cercano, vogliono stare sempre con lui.

Lui non fa nulla per tutto questo.

Lui non fa nessuno sforzo. Nemmeno ci prova.

Per i giovani israeliani del kibbutz questo è inspiegabile. Loro così sfrontati, così pronti a prendere ciò che vogliono non riescono a capire perché a noi europei piace quell’accoglienza silenziosa di chi capisce senza dire niente.

Nelle alte sfere del Kibbutz la pensano come noi, perché anche lì il massimo rispetto gli è concesso, lui così giovane, così arabo.

«Voi andate con Assim perchè ha sempre le fighe straniere intorno – dicono alcuni agli altri israeliani che stanno con noi.

Tutti sappiamo che non è così ma è perché siamo amici di quella pianta di fico cresce rigogliosa nel torrione.

Assim prega sempre per i suoi amici.

«Guardi mai la televisione, vai mai al cinema?» – gli chiedo un giorno.

Gliel’avevo chiesto – ancora ne ricordo il motivo – perchè mi spiazzava che senza parlare l’inglese, senza leggere libri, tenesse testa ad ogni nostro discorso, intuisse ogni nostra esigenza, cogliesse ogni nostro stato d’animo. Stati d’animo complessi, di persone occidentali e complesse, sempre attorniati da incomprensioni, sarcasmo taciuto, argomenti da non toccare e desideri inespressi.

«Guardi la televisione, vedi mai dei film?» – insisto.

«No, mai televisione. Televisione ti rende confuso e traditore di te stesso. – mi spiega con gesti e parole assemblate – Il mio cinema è la gente.»

A quelle parole calibro la sua grandezza.

«Rimango a guardare la gente. Guardo quello che fanno, come pensano, cosa dicono e come poi agiscono. Questo è il mio cinema. La gente è pazza o forse lo sono io. Dimmelo tu.»

 

Quando diceva queste cose non era davanti a dei teenager adoranti. Non aveva la tracotanza né la pretesa del guru.

Eravamo lì, degli occidentali sofisticati pronti al giudizio, alla derisione, all’ironia. E lui metteva la sua vita là davanti a noi, senza paura.

È lì che abbiamo capito che gli ebrei sono indispensabili agli arabi.

È lì che abbiamo capito che gli arabi sono indispensabili agli ebrei.

Ebrei ed arabi hanno sempre vissuto fianco a fianco.

Ebrei ed arabi si sono sempre arricchiti a vicenda.

Davanti a noi c’era un esempio vivente di quell’interazione millenaria.

Quella è l’unica via di Israele.

Israele non può esistere senza gli arabi.

«Voi amate gli arabi o Israele?!» – ci chiedevano come traditi da quella profonda amicizia.

 

Ecco cosa mi ha insegnato Assim.

Lui era l’elemento chimico senza il quale non poteva esistere tutto il resto.

Lui era la fiaccola della speranza di quelle terre.

Senza, tutto sarebbe svanito perché ebrei e arabi si completano a vicenda, legati come due semi fianco a fianco che crescono forti e robusti avviluppandosi e contorcendosi tra loro.

 

«Assim cazzo, passa la palla! Voi beduini dovete tornare nella tenda non giocare a calcio! – è quello che sentiamo prima che Assim esca offeso dal campo di calcio.

«Perchè si incazza? Se non passa la palla perdiamo, ma che se ne vada a fanculo…» – gli grida contro un israeliano a sangue caldo.

Sono le solite cose che si dicono quando si gioca a calcio ma qui tutto è pesante.

Questa terra ha bisogno del sacro fuoco della leggerezza.

 

Leggi la seconda parte di Assim

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