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18 – Matisyahu, il deserto e i beduini

18 – Matisyahu, il deserto e i beduini

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Parlare d’Israele non è mai facile.

Bisogna essere molto sinceri con se stessi.

Bisogna saper distinguere bene cosa si ama e cosa non si ama.

Bisogna saper distinguere bene cosa abbiamo dato e cosa abbiamo preso.

Io non ho mai amato il reggae né ho mai voluto prendere nulla da quel mondo musicale.

Vacci piano quando scrivi – sento in testa.

Non so andarci piano – rispondo.

Allora ricomincio daccapo e per scrivere metto su Matisyahu.

È una delle cose che mi sono portato via da Israele.

Un ebreo che canta la Torah e il Talmud al ritmo reggae nel deserto del Negev.

 

Ki atah tair neri, Hashem Elokai yiagiah chaski
Hashem my God illuminates my darkness

 

Ascoltare Matisyahu nella notte del Negev, mentre la luna piena esplode sdoppiandosi sull’acqua ferma di un grande stagno, mentre il vento ti porta i rumori di spari lontani, tu capisci che ti sta cantando la storia di questo luogo, la storia di una guerra, di una guerra inesistente.

Una guerra inesistente quanto lo sono le voci che ci ossessionano, le nostre paure, le nostre angosce: non esistono ma le facciamo diventare reali solo perché vogliamo così.

In Israele la guerra è reale solo perché gli umani hanno reso reali le proprie ossessioni.

In Medio Oriente la guerra non esiste.

È solo una scusa per noi esseri umani che non vogliamo essere felici.

Adesso però ogni fantasma scompare perché mi trovo seduto con lui, il beduino arabo: siamo in silenzio perché di parole ce ne siamo già dette troppe, tante vite fa.

Ora non c’è il dovere di parlare né la paura di disturbare.

Ascoltiamo Matisyahu in silenzio.

Ascoltiamo Candle.

 

Ki atah tair neri, Hashem Elokai yiagiah chaski

Hashem my God illuminates my darkness

When the night goes along, King David stayed strong

Rise at midnight and sing songs till the dawn

We want Moshiach, we want Moshiach now

 

Matisyahu, espressione moderna della cultura ebraica, è un ebreo ortodosso chassidim newyorkese che ti canta parlando del Talmud col ritmo reggae. Uscito nel 2004 con l’album strepitoso Shake off the dust…Arise seguito nel 2005 con la pubblicazione di un live – il famoso Live at Stubb’s – Matisyahu era letteralmente esploso durante la mia permanenza in Israele e molti mi chiedevano entusiasti: Lo conosci? L’hai ascoltato? Ti piace? Fa reggae! È fantastico!

Io non ho mai amato la musica reggae e non sapevo chi fosse Matisyahu né avevo intenzione di ascoltarlo perchè tutti insistevano.

Quella sera però è entrato nel mio cuore guardando le due lune nel silenzio del Negev insieme al mio amico beduino, un rastafari convinto.

Appena ho sentito Candle me ne sono innamorato, ho pensato fosse il canto di un mistico Indù che cantava reggae in un mix di indiano ed inglese. Non l’avrei mai ascoltato né capito senza di lui perché lo aveva condiviso con me in un momento magico.

Perché Israele è possibile solo se esiste tutta quella vita pulsante insieme a persone capaci di capire il deserto e il silenzio. Come i beduini arabi.

Nel silenzio della notte ascoltiamo Matisyahu. Due ragazzi da due mondi diversi che cercano lo stesso silenzio. Cantato.

Dal giorno non smetterò più di ascoltare questo cantante capace di scrollarsi di dosso le tematiche dell’amore di coppia per slanciarsi verso l’Amore Divino, con potenza.

E quando canta è solo un uomo che cerca il Divino, non ha appartenenze nè confini.

E’ un uomo libero. Come i beduini nel deserto.

 

Ki atah tair neri, Hashem Elokai yiagiah chaski

Hashem my God illuminates my darkness

 

E così da Israele sono tornato ascoltando il reggae di un ebreo che mi ricorda il mistero dei deserti amati dai beduini.

Ora posso finalmente raccontarvi del mio amico Assim, il beduino arabo.

 

 

 

 

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