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VII – Procne e Filomela

VII – Procne e Filomela

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LA TRAGEDIA DI PROCNE E FILOMELA
Procne e Filomela – Bouguereau 1861

Pandione non fù egualmente fortunato nelle figlie, nè da quelle ebbe nipoti, che lo vendicassero.  Di fatti strinse parentela col Trace avuto riguardo alla potenza sua; ma non v’ ha mezzo, onde il mortale evitar possa quello, che gli viene da Dio[1].”

“Pandione intanto, presa per moglie Zeusippe, sorella di sua madre, da lei ebbe Progne, e Filomela, e due gemèlli, Eretteo e Bote[2].”

La storia di Procne e Filomela è esemplare da molti punti di vista, sia storico che mitologico perché quello che a noi appare oggi come una leggenda è un fatto riportato da tutti gli storici dell’antichità come vero e soprattutto era molto radicato nelle popolazioni locali e non. Un fatto storico falso è impossibile che perduri nel tempo soprattutto tra la popolazione e l’élite, in questi casi però “la notizia” permane perché in essa vengono a cristallizzarsi verità iniziatiche, storiche e usi e costumi tradizionali.

Procne, Filomela, Iti e Tereo – Luigi Ademollo

Protagonisti:

  1. Προκνη – PROCNE

Figlia del re di Atene Pandione I e della najade Zeusippe, sorella di Filomela e dei gemelli Bute ed Eretteo.

  1. Φιλομήλα – FILOMELA

Anche lei figlia del re Pandione I e di Zeusippe, sorella di Procne e dei gemelli Bute ed Eretteo.

Etimologia:

    1. φίλος = amico + μῆλον = pecora = “amante delle pecore” e poi dopo la metamorfosi in uccello, come “colei che ama nidificare negli ovili” – tesi di Carnoy[3] e Höfer[4].
    2. φίλος = amico + μέλος = canto – amante del canto – tesi di Room[5].
  1. Ἴτυς – ITI

Nome del figlio di Procne e Tereo, trasformato in usignolo.

Nome onomatopeico che indica il richiamo dell’usignolo[6].

  1. Τηρεύς – TEREO

Re di Tracia e figlio d’Ares, marito di Procne.

    1. τηρέω = osservare[7]
    2. τηρέω = colui che osserva di nascosto, spia – tesi di Höfer[8]

 

I problemi nascono dal matrimonio di Procne con Tereo. Questi apparteneva ai traci, da sempre visti come una genìa di barbari dagli ateniesi e “(Tereo) non operando secondo le leggi de’ Greci[9]” fa nascere un famoso dramma ricordato dalle genti nei millenni, riportato dagli storici e con un paio di varianti.

“Non lungi da questo è il sepolcro di Tereo marito di Progne figlia di Pandione. Regnò Tereo, come dicono i Megaresi, nella così detta Page della Megaride. Ma come io credo, ed ancora ne rimangono segni, regnò in Daulide che è di là da Cheronèa. Imperciocché ne’tempi antichi molte parti di quella, che ora chiamano Grecia furono abitate da Barbari[10].”

Atene e i “barbari” confinanti della Focide

Procne fu dunque data in sposa a Tereo, ritenuto un figlio di Ares[11], re dei Traci o re dei Traci solo nella regione di Focide, visto che agli occhi di Pandione I si distinse fungendo da arbitro nelle dispute territoriali[12] o semplicemente per averlo aiutato in guerra contro il tebano Labdaco[13].

“Poi (Pandione nda) postosi in guerra contro Labdaco a cagione di confini, chiamò dalla Tracia a compagno della impresa Tereo, figliuolo di Marte; e felicemente coll’aiuto di lui finita quella guerra, a Tereo diede in isposa la figlia Progne. Da lei Tereo ebbe un figlio, di nome Iti[14]”:

“Ed è logico: Pandione, con il matrimonio della figlia, avrebbe allacciato una parentela con genti vicine, con lo scopo di assicurare un vicendevole sostegno[15]”.

Area di provenienza dei popoli Traci

È chiara l’appartenenza di Tereo ai Traci: per Graves “governò sui Traci”, per Apollodoro e Strabone è un trace che “occupò la Daulide nella Focide[16]” e infine per Tucidide “Tereo, abitava nella Daulia, nel paese attualmente denominato Focide, dimora un tempo dei Traci[17]”:

“Andando in fra terra verso oriente, dopo Delfo, incontrasi la piccola città di Daulide dove è fama che regnasse il trace Tereo; e quivi si dice avvenuto quanto raccontasi di Filomela e di Progne. Tale almeno è l’opinione di Tucidide: perciocché alcuni altri invece trasportano queste avventure nella Megaride. Il nome poi di questa città pare che sia dedotto dalla foltezza de’ suoi boschi giacché chiamansi dauli tutti i siti dove le piante siano folte. Del resto Daulide è il nome adoperato da Omero: ma quelli che vennero dopo di lui dissero Daulia[18]”.

Atene, Tebe e Megara

La vita di Procne, oltre ad essere sposa del re Tereo e sorella dei gemelli Eretteo e Bute – futuri re e sacerdote di Atene, è strettamente legata alla sorella Filomela dalla nascita alla morte.

Vediamo i passaggi della loro storia e le varie versioni:

  1. Tereo aiuta il re di Atene Pandione I nella guerra di confine contro Labdaco.
  2. Il re Pandione I, in cambio dell’aiuto di Tereo, gli offre la figlia Procne come sposa.
  3. Tereo e Procne si sposano e hanno un figlio, Iti.
  4. Tereo si innamora di Filomela o “sedotto dalla voce della figlia minore di Pandione, Filomela[19]” o alla sua sola vista e così comincia a tramare per possederla.

    Tereo violenta Filomela
  5. Tereo riesce nel suo intento passionale perchè:
    1. Violenta Filomela e le taglia la lingua per non farla parlare.
    2. Imprigiona Procne e le fa tagliare la lingua per non parlare e ne annuncia la morte a Pandione che in cambio gli offre Filomela come nuova sposa. Questa viene inviata a Tereo con alcune guardie. Tereo uccide le guardie e la violenta:“Il tracio Tereo, figlio di Marte, che era sposato con Procne, figlia di Pandione, venne ad Atene a chiedere al suocero Pandione di dargli in moglie l’altra sua figlia Filomela, dicendo che Procne era morta. Pandione glielo concesse e gli mandò Filomela con alcune guardie, ma Tereo le gettò in mare e violentò Filomela sopra un monte. Poi, una volta ritornato in Tracia, mandò Filomela dal re Linceo; ma la moglie del re, Latusa, che era amica di Procne, le rimandò subito la concubina. Quando Procne riconobbe la sorella e venne a conoscenza dell’empio delitto di Tereo, le due cominciarono insieme a tramare per rendere la pariglia al re[20]”.

      Procne e Filomela: Anonimo – Bologna
  1. Le due sorelle dopo la violenza riescono a comunicare tra loro:
    1. Filomela è senza lingua ma scrive comunque la verità sulla violenza ricamando un messaggio alla sorella su una veste:“poi (Tereo ndr) fece violenza a Filomela, a cui tagliò la lingua perchè non manifestasse la cosa: ma questa dichiarò le sue miserie alla sorella, mandandole un peplo, su cui avea in ricamo espresso il fatto[21]”.
    2. Procne è senza lingua ma scrive comunque un messaggio sul vestito nuziale della sorella Filomela.

      Antonio Tempesta – Tereo, Filomela e Procne
  2. Una sorella libera l’altra dalla prigionia e insieme tramano vendetta e la fuga.
  3. Tereo sente da un oracolo/indovino/presagi che il figlio Iti verrà ucciso da un congiunto:“Frattanto dei presagi rivelarono a Tereo che suo figlio lti avrebbe trovato la morte per mano di un parente. Udito questo responso, e pensando che suo fratello Driante stesse tramando lassassinio del figlio, Tereo uccise l’innocente Driante[22]”.
  4. Tereo, dopo l’oracolo, sospetta del fratello Driante e lo uccide a tradimento con un’ascia:“Narrano, che Tereo, sendo marito di Progne disonorò Filomela di lei sorella, non operando secondo le leggi de’ Greci, e che inoltre avendole fatto ingiuria nel corpo forzò le donne alla vendetta.[23]”.
  1. Procne decide di punire Tereo uccidendo il loro figlio Iti e glielo dà in pasto. Al che fugge via con Filomela:“Ma Procne uccise il figlio suo e di Tereo, Iti, lo servì al padre durante un banchetto e fuggì con la sorella[24]”.

    Filomela e Procne – Miniatura
  1. Tereo insegue le sorelle per ucciderle:
    1. Le due sorelle, ormai raggiunte e certe della morte invocano in aiuto gli dei:“Progne, dopo avere cercata la sorella trucidato e cotto a lesso il fanciullo Iti, a Tereo, che nulla sapeane, lo apprestò per vivanda; e a un tratto fuggi colla sorella; Tereo avvedutosi dell’atrocità, data mano ad una scure si mise ad inseguirle. Esse però essendo già pervenute in Daulia, città della Focide, vedendosi ormai si accerchiate da non potere scampar oltre, pregarono gli Dei, che le mutassero in augelli[25]”.” Quando Tereo venne a conoscenza di questo delitto inseguì le fuggitive, ma per la pietà degli Dèi Procne fu trasformata in rondine e Filomela in usignolo; dicono che Tereo sia stato invece mutato in falco[26]”.
    2. Tereo non riesce a prenderle e si suicida a Megara:“Tereo commise verso di Filomela la nota scelleratezza, e le donne verso d’Iti, e non avendole egli potute prendere, si uccise di sua mano in Megara; e tosto gli fu dai cittadini innalzato il sepolcro, e gli sagrificano ogni anno, facendo uso ne’ sagrifici di pietruzze in luogo di focaccie [27].”

      Tereo quando Filomela e Procne mostrano la testa di Iti – Peter Paul Rubens
  1. Gli dei trasformano tutti e tre i protagonisti in uccelli:
    1. Procne in usignolo, Filomela in rondine, Tereo in upupa:“e Progne, fu fatta usignuolo, e Filomèla rondine. Tereo diventò upupa[28].

      Tereo viene trasformato in Upupa
    2. Procne in rondine, Filomela in usignolo, Tereo in upupa:“E dicono, che ivi per la prima volta apparve l’uccello upupa. Le donne poi n’andarono in Atene, ove piangendo per quello che aveano sofferto, e per quello, che aveano in vendetta commesso, morirono oppresse dal dolore. Dopo fu celebrata la loro trasformazione in usignuolo e rondinella, perchè io credo, questi augelli cantano in un tuono lamentevole, e simile al pianto[29].”;
      L’usignolo comune caratterizzato dal bel canto, proprio come Filomela (amante del canto)

      Ma i corpi delle due donne sembrano alzarsi in volo […] una si dirige verso il bosco; / l’altra s’infila sotto il tetto, e dal suo petto scomparse non sono / oggi ancora le tracce della strage: macchia il sangue le sue piume. Tereo […] si trasforma in un uccello che ha una cresta dritta sul capo / e un becco smisurato che si protende lungo come una lancia. / Upupa è il nome di questo uccello; a vederlo sembra armato.[30]”.

      La rondine o anche detto Ptyonoprogne rupestris in cui viene trasformata Procne o Filomela
    3. Procne in rondine, Filomela in usignolo e Tereo in falco: “Procne fu trasformata in rondine e Filomela in usignolo; dicono che Tereo sia stato invece mutato in falco[31]”.

      Un tipo di rondine detta Progne
    4. Iti fu resuscitato e trasformato in un cardellino[32]. Il suo nome è collegato all’uccello ἴτυς[33].

Per gli storici e i popoli locali come i Focesi, questo dramma era un fatto vero e la vera ragione per cui le rondini non nidificavano né gli usignoli cantavano in Daulide:

Tereo infatti “abitava nella Daulia, nel paese attualmente denominato Focide, dimora un tempo dei Traci; e proprio in questa terra le donne compirono lo scempio di Iti (perciò molti poeti alludendo all’usignolo, lo chiamano uccello di Daulia) [34]”.

In Daulide dicesi, che le donne misero innanzi a Tereo il figlio, e questo fu agli uomini il primo delitto commesso nella mensa. L’upupa poi, in cui la tradizione vuole, che Tereo fosse cangiato è un uccello, che di grandezza supera di poco la cotornice, ma ha sul capo le ali poste in forma di cimiero. E’ degno di meraviglia, che in questo territorio le rondini non partoriscano né schiudano le ova, e non farebbe ivi una rondine neppure il nido al tetto di una casa. Dicono i Focesi, che a Filomela, uccello anche essa, venne timore di Tereo, e perciò si allontanò dalla patria di Tereo. I Dauliesi hanno il tempio con statua antica di Minerva: il simulacro di legno più antico ancora, dicono, che da Progne fosse portato qui da Atene[35].”

Per Pausania questa storia accadde perchè Procne e Filomela si inimicarono Venere Urania, infatti Egeo ne introdusse il culto “in Atene, poiché credeva, non avendo ancora prole, di non poterla mai avere ed essere alle sue sorelle (Progne e Filomela ) la disavventura, che soffrirono accaduta per odio di Urania. La statua, che esiste a’giorni nostri è di marmo pario, ed opera di Fidia.” (Pauania, Viaggio In Grecia, I 14 6)

Conclude Graves[36]:

Ma la rondine che non ha lingua, strilla e vola in tondo (come Procne disperata ndr) mentre l’upupa l’insegue gridando «που?, που?» (dove?, dove?). L’usignolo invece si è rifugiato ad Atene dove piange Iti, di cui provocò involontariamente la morte e canta «ιτυ! Ιτυ!»” (il nome del figlio che Procne uccise, Iti ndr).

Questa vicenda è inoltre presente:

  1. In Euripide: nell’Eracle di Euripide il coro annuncia “Potrei nominare Procne,/che uccise il suo unico figlio,/sacrificandolo alle Muse[37]
  2. In Aristofane: in Aves dove l’Upupa fa entrare l’usignolo chiamandola Procne: “Vieni fuori, Procne, fatti vedere dagli ospiti[38].”
  3. In Ovidio: ne le Metamorfosi fu dato grande spazio alla vicenda:

    Filomela e Procne in un dipinto di Elizabeth Jane Gardner

“(O Atene ndr) Questo dovere ti fu impedito dalla guerra: giunte dal mare,/ truppe straniere spargevano il terrore sulle tue mura. / Col suo esercito le sgominò Tereo di Tracia, / accorso in aiuto, e con questa vittoria acquistò gran nome. / Sedotto dal potere che gli davano ricchezze e uomini, / considerato poi che discendeva dal grande Gradivo, / Pandìone a sé lo legò dandogli in sposa Progne. Ma né Giunone, / dea delle unioni, né Imeneo o le Grazie assistettero alle nozze. / Furono le Furie a reggere le fiaccole, trafugandole / a un rito funebre, le Furie a preparare il letto, e un gufo immondo / calò sul tetto, appollaiandosi sopra la camera nuziale. / Con questi auspici si unirono Progne e Tereo, sì, con questi / divennero genitori. Con loro, certo, si felicitò / la Tracia, e loro ringraziarono gli dei, proclamando festivi / sia il giorno in cui Pandìone diede in sposa la figlia / a quel re illustre, sia il giorno in cui nacque Iti. / A tal punto s’ignora ciò che giova! Già per cinque autunni / aveva condotto il Sole l’incessante corso degli anni, / quando con voce carezzevole Progne disse al marito: / “Se un po’ ti sono cara, mandami a trovare mia sorella / o lascia che qui lei venga. A tuo suocero puoi d’altra parte / promettere che tornerà presto. Per me rivederla sarebbe / il maggior regalo che puoi farmi”. E lui fa calare in mare / le navi e a forza di vele e di remi penetra / nel porto di Cècrope e attracca alla banchina del Pireo. / Ammesso com’è alla presenza del suocero, una stretta / di mano e il colloquio si avvia con gli auspici migliori. / Ma aveva appena iniziato a riferire il messaggio della moglie, / motivo del viaggio, promettendo un pronto ritorno della giovane, / quando apparve Filomela, sfoggiando abbigliamenti splendidi / e forme ancora più splendide, simili a quelle che avrebbero / Naiadi e Driadi, si sente, quando incedono in mezzo ai boschi, / se a loro fosse concessa uguale raffinatezza d’ornamenti. / Alla vista di quella vergine, Tereo s’infiamma, / come se qualcuno appiccasse il fuoco a spighe secche / o incendiasse frasche ed erbe riposte in un fienile. / Seducente è la sua bellezza, certo, ma una libidine innata / concorre ad eccitarlo, tanto incline alla lussuria è in quei paesi / la gente: divampa per vizio congenito e vizio proprio. / L’impulso è quello di corrompere l’affezione delle compagne / e l’onestà della nutrice, o di sedurla a viso aperto / con regali sontuosi, sacrificando magari tutto il regno, / oppure di rapirla e serbarsi la preda a costo di una guerra. / Non c’è niente che non oserebbe, travolto com’è da un amore / senza freni, e il suo petto non sa più contenere le fiamme. / Ogni indugio gli pesa: con parole cariche di desiderio / riprende il messaggio di Progne e in segreto insegue i suoi voti. / L’amore lo rende eloquente, e ogni volta che eccede / nelle preghiere, pretende che tale sia la volontà di Progne. / E aggiunge lacrime, come se anche di queste fosse incaricato. / O dei, di che tenebra fitta è avvolto il cuore dei mortali! / Proprio nell’atto di tramare un crimine, Tereo / passa per uomo giusto e il suo misfatto gli procura elogi. / E Filomela? non l’asseconda forse cingendo con le braccia / le spalle al padre per addolcirlo, e pregandolo, se le vuol bene / (ma è proprio contro il suo bene), di mandarla a trovare la sorella? / Tereo la contempla, accarezzandola e spogliandola con lo sguardo, / e quei baci, quelle braccia intorno al collo, che spia, / sono altrettanti stimoli, fiaccole ed esche per la sua passione: / ogni volta che in un abbraccio lei si stringe al padre, / essere suo padre vorrebbe ed essere più empio non potrebbe. / Cede il padre alle preghiere delle figliole e Filomela in festa / lo ringrazia con calore, pensando, sventurata, / che sia un successo per entrambe ciò che per entrambe sarà lutto. / Ormai non restava a Febo che un piccolo percorso; i suoi cavalli / scalpitavano lungo le pendici dell’Olimpo: / s’imbandisce un banchetto regale e in coppe d’oro si versa il vino; / poi, come è giusto, i corpi s’abbandonano a un placido sonno. / Ma anche allora che Filomela non gli è più accanto, il re dei Traci / brucia per lei e, ripensando al suo volto, ai gesti, alle mani, / così come lo vorrebbe immagina ciò che ancora non ha visto, / e alimenta in sé il suo fuoco con tale smania da perdere il sonno. / Si fa giorno, e Pandìone, stringendo la mano al genero / che riparte, con le lacrime agli occhi gli raccomanda la figlia: / “Genero caro, poiché ragioni d’affetto mi costringono / e questa è la volontà d’entrambe, come la tua, Tereo, / io te l’affido, ma in nome della lealtà, della parentela / e degli dei io t’imploro di vegliarla con l’amore di un padre / e, perché lenisca dolcemente l’angoscia della mia vecchiaia, / di rimandarmela al più presto: eterno mi parrebbe ogni ritardo. / E anche tu, Filomela (già tanto mi manca tua sorella), / se mi vuoi un po’ di bene, cerca di tornare al più presto”. / Così raccomanda e intanto, mentre bacia la figlia, / tra una parola e l’altra gli scendono lacrime di commozione. / Come pegno di lealtà chiede a entrambi di porgergli le mani, / che stringe fra le sue, poi li prega di salutare l’altra figlia / e il nipotino, che anche lontani sempre ricorda, / e a fatica, con voce rotta dai singhiozzi, dice addio / per l’ultima volta, angosciato dai presentimenti del suo cuore. / Salita Filomela sulla nave variopinta, / non appena i remi guadagnano il mare allontanando la terra: / “Vittoria!” esclama Tereo, “via con me porto i miei sogni!”. / Esulta quel barbaro e con rammarico rimanda / il proprio piacere, ma da lei mai un attimo distoglie gli occhi, / come l’uccello di Giove quando nel nido inaccessibile / ha deposto una lepre ghermita dai suoi artigli adunchi: / per la preda non c’è scampo, il rapace cova la sua vittima. / E ormai il viaggio è finito, ormai dalle navi malridotte tutti / sono sbarcati in patria, quando il re trascina in un grande casale / fra le tenebre d’una foresta antica la figlia di Pandìone, / e lì, pallida, tremante, piena di terrore, la chiude, / mentre lei con le lacrime agli occhi chiede dove sia la sorella. / Svelate le sue voglie infami, benché disperata, disperata / lei invochi il padre, la sorella e, più di tutti, gli dei del cielo, / Tereo violenta quella vergine, quella fanciulla sola. / E lei trema atterrita come un’agnella che, scampata alle fauci / di un lupo grigio, nel trauma ancora non si sente sicura, / o come una colomba che con le piume intrise di sangue ancora / si spaura al ricordo degli artigli che l’avevano afferrata. / Poi, quando torna in sé, si strappa i capelli scomposti, / come se fosse in lutto, si percuote in lacrime le braccia / e tendendo le mani, grida: “Barbaro, quale infamia hai compiuto! / Scellerato! neppure le preghiere e le lacrime appassionate / di mio padre t’hanno commosso, o il pensiero di mia sorella, / della mia verginità, dei vincoli coniugali. / Tutto hai sconvolto: rivale di mia sorella io, / bigamo tu: punirmi come nemica, questo si deve. / Perché, infame, non mi uccidi, così che intentato non ti rimanga / alcun delitto? Oh, se l’avessi fatto prima di questo nefando / accoppiamento! immacolata sarebbe rimasta l’ombra mia! / Ma se i celesti scorgono tutto ciò, se il loro potere / conta qualcosa, se non tutto col mio onore è perduto, / un giorno ne sconterai tu la pena. Gettato al vento il pudore, / io stessa racconterò le tue gesta; se concesso mi sarà, / andrò tra la gente; se prigioniera sarò tenuta nei boschi, / lo griderò ai boschi e i sassi chiamerò a testimoni. / Il cielo udrà la mia voce e l’udranno gli dei, se lì ve ne sono!”. / A queste parole il feroce tiranno è scosso dall’ira / e al tempo stesso da una paura che nulla ha da invidiare all’ira. / Spinto dall’una e l’altra, sguaina la spada che porta al fianco, / l’afferra per i capelli, le torce le braccia dietro la schiena / e la costringe in ceppi. Filomela protende la gola, / con la speranza, vista la spada, d’essere uccisa; / ma lui le stringe in una morsa la lingua che impreca, / che invoca senza posa il nome del padre, che lotta per parlare, / e senza pietà gliela mozza. Guizza in gola la radice / della lingua, che a terra in mezzo al sangue pulsa rantolando: / come si dibatte la coda recisa a un serpente, / palpita moribonda cercando le tracce della sua padrona. / Persino dopo questo misfatto pare, e quasi non riesco a crederlo, / che lui risfogasse la sua lussuria su quel corpo martoriato. / Compiute le sue prodezze, ha il coraggio di ripresentarsi a Progne, / che vedendolo gli chiede della sorella. E quell’ipocrita / scoppia in lamenti, inventandosi la storia della sua morte / e il pianto gli dà credito. Dalle spalle si strappa Progne / i veli tutti scintillanti di lembi dorati, / si veste di nero, erige una pietra sepolcrale, / offre sacrifici funebri a un’ombra inesistente / e piange, non per ciò che si dovrebbe, la sorte della sorella. / Dodici costellazioni aveva percorso il sole, un anno intero. / E Filomela? Guardie armate le impediscono la fuga; / intorno alla prigione si erge un muro di macigni invalicabile; / muta com’è non può svelare il crimine. Ma del dolore immense / sono le risorse e nella sventura, lì, s’acuisce l’ingegno. / Con un accorgimento allaccia un ordito a un telaio primitivo / e sulla tela bianca ricama a caratteri di fuoco / l’accusa di stupro. Terminato il lavoro l’affida a una donna, / pregandola a gesti di portarlo alla regina, e la donna / lo consegna a Progne, senza sapere cosa cela ciò che porta. / La consorte del feroce tiranno srotola la tela, / legge le tragiche vicissitudini della sorella / e, come possa è un mistero, non fiata: il dolore l’ammutolisce, / la lingua cerca parole che esprimano tutto il suo sdegno, / ma non le trova; non piange neppure; pronta a violare ogni legge, / corre alla propria rovina col solo pensiero della vendetta. / Era il tempo in cui ogni tre anni le donne di Sitonia / celebrano le feste di Bacco. La notte è complice dei riti. / Di notte il Ròdope risuona del tintinnare acuto dei bronzi; / e quella notte la regina esce di casa, acconciata /come per partecipare all’orgia, con tutto il corredo del culto: / capo coperto di tralci, una pelle di cervo che pende / sul fianco sinistro, un’asta leggera appoggiata alla spalla. / Irrompendo nei boschi con lo stuolo delle sue compagne, / Progne, terribile, sconvolta dalla furia del dolore, / si finge, Bacco, una tua devota. E arriva a quel casale sperduto; / qui con grida inumane, invasata, abbatte la porta, / rapisce la sorella rivestendola coi simboli / delle Baccanti, le nasconde il viso con viticci d’edera / e, trascinandola via sbigottita, la porta nel suo palazzo. / Quando s’accorge d’essere entrata nella casa di quell’infame, / la povera Filomela rabbrividisce e tutta sbianca in volto. / Trovato il luogo adatto, Progne toglie all’infelice i simboli / del culto, le scopre il viso rosso di vergogna e la stringe a sé / in un abbraccio. Ma lei, sentendosi in colpa verso la sorella, / non osa alzare gli occhi a sostenere quello sguardo, / e col volto fisso a terra vorrebbe giurare, chiamando / a testimoni gli dei, che quel disonore a viva forza / le è stato inflitto e usa i gesti come voce. Non potendo / contenere l’ira che l’arde, Progne rimprovera la sorella / perché piange: “No, non servono lacrime,” le dice, / “ma un ferro o, se trovi qualcosa che possa vincere il ferro, / quello! Io sono pronta, sorella mia, a qualsiasi delitto. / Ecco, o incendierò con le torce questa reggia / e getterò tra le fiamme quello spergiuro di Tereo / o gli strapperò con un ferro la lingua, gli occhi e quel membro / che t’ha sottratto l’onore, o con mille e mille ferite sputare / gli farò quell’anima criminale. Ad ogni atrocità son pronta; / quale, ancora non so”. E mentre termina di parlare, / le viene incontro Iti: la presenza del figliolo le ricorda / il potere che possiede e, guardandolo con occhio duro, esclama: / “Ah, quanto assomigli a tuo padre!”. Non aggiunge altro / e, ribollendo d’ira in cuore, medita il suo atroce delitto. / Vero è che quando il figliolo s’avvicina, / la saluta gettandole al collo le sue piccole braccia, / e blandendola con le sue moine la riempie di baci, / la madre si commuove, e per un attimo la collera si smorza, / intridendole gli occhi di lacrime a stento trattenute. / Ma come sente che per troppo affetto il suo cuore di madre / comincia a vacillare, da lui stacca gli occhi, torna a volgerli / sulla sorella e, osservandoli entrambi a vicenda, così ragiona: / “Perché Iti mi blandisce e lei con la lingua mozza non può farlo? / Se lui mi chiama madre, perché lei non mi chiama sorella? / Non vedi, figlia di Pandìone, a chi ti sei unita? / Tu sragioni: un delitto è la pietà con uomini come Tereo!”. / Senza indugio Progne trascina Iti con sé, come nelle tenebre / del bosco trascina la tigre del Gange un cerbiatto appena nato, / e quando arrivano in una parte remota dell’immensa reggia, / mentre lui, intuendo la propria sorte, tende le mani / e nel tentativo di aggrapparsi al suo collo “Mamma!” grida, / “Mamma!”, lo colpisce con la spada tra il fianco e il petto, senza distogliere gli occhi. Per ucciderlo sarebbe bastata / quell’unica ferita: no, Filomela gli recide la gola. / Palpitanti, quelle membra, che serbano ancora un soffio di vita, / son fatte a pezzi; una parte è messa a bollire in pentole di bronzo, / il resto stride sugli spiedi. Tutta la stanza è invasa dal sangue. / Dopo avere allontanato convitati e servitù col pretesto / di un rito al quale nella sua patria solo il marito può assistere, / queste vivande Progne imbandisce a Tereo che nulla / sospetta. Assiso con alterigia sul trono degli avi, Tereo / banchetta, trangugiando la carne della sua carne, e la sua mente / tanto è ottenebrata che ordina: “Fate venire Iti”. / Progne non riesce più a dissimulare la sua crudele esultanza / e smaniosa di annunciargli lei stessa lo scempio compiuto: / “Quello che chiedi l’hai dentro!” prorompe. Lui si guarda intorno / e chiede dove: mentre chiede e senza posa lo chiama, lo chiama, / ecco che Filomela, così com’è, coi capelli scarmigliati / dal furore del massacro, irrompe e gli scaglia in faccia / la testa insanguinata del figlio. Mai come allora lei vorrebbe / poter parlare per gridargli la sua gioia nel modo che merita. / Con un urlo inumano il re di Tracia rovescia la tavola / ed evoca dal fondo dello Stige le Furie cinte di vipere; / ora vorrebbe squarciarsi il ventre per vomitare, se potesse, / quel cibo orrendo e le viscere che ha ingoiato; / ora piange definendo sé stesso sepolcro abbietto del figlio; / ora con la spada sguainata insegue le figlie di Pandìone. / Ma i corpi delle due donne sembrano alzarsi in volo: / si alzano in volo. Una si dirige verso il bosco; / l’altra s’infila sotto il tetto, e dal suo petto scomparse non sono / oggi ancora le tracce della strage: macchia il sangue le sue piume. Tereo, travolto dal dolore e dalla sete di vendetta, / si trasforma in un uccello che ha una cresta dritta sul capo / e un becco smisurato che si protende lungo come una lancia. / Upupa è il nome di questo uccello; a vederlo sembra armato. / Questa tragedia spedì anzitempo Pandìone tra le ombre / del Tartaro, prima del limite estremo d’una lunga vecchiaia[39]”.

 

 

[1] Pausania, Viaggio in Grecia, I 5 4

[2] Apollodoro, Biblioteca, III 14 8

[3] Dizionario Etimologico della Mitologia Greca (DEMGOL) dir. da Ezio Pellizer

[4] Roscher, Myth. Lex. III col. 2344

[5] Room’s Classical Dictionary, p. 244

[6] Dizionario Etimologico della Mitologia Greca (DEMGOL) dir. da Ezio Pellizer

[7] Carnoy (DEMGR) – in Dizionario Etimologico della Mitologia Greca (DEMGOL) dir. da Ezio Pellizer

[8] Höfer, in Roscher, Myth. Lex. V col. 375 – in Dizionario Etimologico della Mitologia Greca (DEMGOL) dir. da Ezio Pellizer

[9] Pausania, Ibid. I 5 4

[10] Pausania, Ibid. I, 41, 8

[11] Apollodoro, Biblioteca, III 14 8

[12] Robert Graves, I miti greci, ed. Longanesi, 2015; 46, a

[13] Enciclopedia dei Miti, Pierre Grimal (a cura di C. Cordié), Garzanti,1992 – alla voce Filomela

[14] Apollodoro, Biblioteca, III 14 8

[15] Tucidide, Storie, 2,29

[16] Strabone, Geografia, VII, 7

[17] Tucidide, Storie, 2,29

[18] Strabone, Ibid. IX, 4

[19] Graves, Ibid. 46,b

[20] Igino, Favole, alla voce Filomela

[21] Apollodoro, Biblioteca, III 14 8

[22] Igino, Favole, alla voce Filomela

[23] Pausania, Ibid. I 5 4

[24] Igino, Favole, alla voce Filomela

[25] Apollodoro, Biblioteca, III 14 8

[26] Igino, Favole, alla voce Filomela

[27] Pausania, Grecia, I, 41, 8

[28] Apollodoro, Biblioteca, III 14 8

[29] Pausania, Grecia, I, 41, 8

[30] Ovidio Metamorfosi VI 426 e ss.

[31] Igino, Favole, alla voce Filomela

[32] New Larousse Encyclopedia of Mythology, Crescent Books, 1987 – alla voce “altri eroi dell’attica”

[33] D’Arcy-Thompson, A Glossary of Greek Birds, p. 124

[34] Tucidide, Storie 2,29

[35] Pausania, Ibid. X 4 6

[36] Graves, Ibid. 46,d

[37] Euripide, Ercole, vv. 1021

[38] Aristofane, Gli Uccelli, 665

[39] Ovidio Metamorfosi VI 426 e ss.

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