Siamo qui per scegliere
 
9 – l’automobile in Africa: parte I

9 – l’automobile in Africa: parte I

Hits: 38

 

 

PARTE I

 

Perdo la testa

perdo la testa per un paio di occhiali da sole

uhm… perdo la testa

per gli occhiali da sole

Un’altra lampada al viso

per non accorgersi più dell’inverno

per non sparire nel grigio

alle fermate del tram.

Tenere in mente che al primo straccio di sole

scivoliamo a Riccione

tenere in mente che appena si affaccia il sole

c’è da uscire col cabriolet.

(Luca Carboni – Solarium)

 

 

L’automobile è un argomento apparentemente insignificante ma è una delle chiavi per comprendere meglio il rapporto tra la cooperazione internazionale e paesi in via di sviluppo.

Chiunque si può ricordare in Italia cosa significava acquistare un’automobile. Tutto.

Ci siamo identificati a tal punto che la nostra macchina è stato ed è lo stendardo, visibile a tutti, della nostra rispettabilità, dell’andamento dei nostri affari, di che peso abbiamo nella società e persino di quanto gli altri ci devono amare.

Negli anni ’80 abbiamo visto l’apice di tutto questo: la macchina era il marchio indelebile di quanto valeva una persona.

«Che macchina hai?» – si chiedeva per soppesare.

In Africa è esattamente la stessa cosa. Tutti sognano l’automobile perchè vogliono spostarsi liberamente, perchè vogliono fare business, perchè vogliono mostrare il proprio successo negli affari e nella vita.

Chi viaggia coi mezzi pubblici cioè nei taxi privati – piccoli van attrezzati per trasportare anche 16 persone e sono i mezzi più usati per spostarsi – impiega ore per un viaggio di 10-15 km dato che non partono finchè non si riempiono.

Quindi chi vuole emergere e non ha la macchina difficilmente riesce e infatti è visto come un loser – un perdente.

La macchina africana per eccellenza è il Pick-up. È amato e sognato da tutti, bianchi, neri, poveri e ricchi. Lo si può usare per andare in campagna come in città, come status-symobol o per trasportare strumenti, lavoratori e animali.

Il Pick-up è la via unica per muoversi e fare business perchè a parte le strade principali tutto è sterrato.

La Toyota, la Isuzu, la Suzuki sono le marche più cercate per un qualsiasi africano che voglia fare parte della borghesia emergente.

Il Pick-up in Sudafrica è chiamato in genere “bakkie” e il colore per antonomasia è il bianco perchè riflette i raggi solari.

Le piccole utilitarie che noi utilizziamo sono “da bianco sfigato e da femmina”, sono ritenute inutili perchè non reggono gli sterrati e non trasportano nulla.

Il mito del pick-up può essere intaccato soltanto da un tipo di automobile: la Mercedes/Bmw ovviamente di colore scuro e con i vetri oscurati. Significa che sei un’autorità politica o un imprenditore di successo, un personaggio di spicco.

Questa berlina desta sentimenti messianici in Africa. Chi la vede cade in una trance silenziosa – chi conosce lo stato d’animo del sud Italia riconosce in quel silenzio un mix di rispetto, odio, invidia e timore reverenziale. Tutti vorrebbero essere dentro l’abitacolo al posto del politico o dell’imprenditore ma lo si rispetta in quanto persona “di successo” o sperando di essere un giorno al suo posto.

Chi intacca il mito della Mercedes è solo il Pick-up angelicato degli addetti alla Cooperazione Internazionale, dell’Onu e delle varie Ong: più grandi della media, spesso di marca non japponese, cabinotto per sei -sette persone e col vano di dietro chiuso (non sia mai che si trasportino animali o persone, è pericoloso).

I Pick-up dei bianchi incutono riverenza e rispetto senza mezzi termini a differenza dei controversi sentimenti che suscitano i ricchi locali tanto che nessuno osa pensare che sono state acquistate con i soldi di progetti per le comunità locali.

In Africa sono convinti che a distorcere gli aiuti umanitari sono appunto quei politici e burocrati africani che girano con l’auto scura, l’autista e la guardia del corpo. D’altronde nessuno di loro sa che i 3/4 dei fondi destinati agli aiuti rimangono in occidente.

In base alle auto i progetti “veri e giusti” sono quelli che hanno fondi per avere i Pick-Up. questi li usano i professionisti della Cooperazione. Paradossalmente i veri cooperanti sono persone che vogliono un ritorno alla vita semplice e quasi sempre viaggiano senza mezzi, nei van da 16 persone o prendono passaggi nei pick-up locali insieme ad altri lavoratori.

Ecco. L’automobile segna una linea di confine.

Perchè si parlano lingue diverse.

Il sogno del cooperante post-industriale è diverso dal sogno dell’africano dinamico.

Il cooperante medio sogna un mondo più collaborativo e meno competitivo, con tutti in bicicletta, trasporti pubblici e l’energia solare.

Al contrario in Africa, o nei paesi in via di sviluppo in genere, avviene il processo contrario perchè le classi emergenti e più dinamiche vogliono mettersi in gioco, competere, emergere, guadagnare e mostrare ciò che hanno guadagnato.

Vogliono l’automobile per sintetizzare alla vista tutto questo.

Esattamente le stesse cose che abbiamo vissuto noi qualche decennio fa e nessuno finga il contrario.

Perciò il discorso sull’automobile è importante ma bisogna fare attenzione perchè sia l’uno che l’altro stanno facendo un percorso diverso e sincero.

Il problema nasce nel momento in cui il cooperante vuole imporre i suoi sogni all’africano.

E lo fa.

E lo facciamo.

E lo facciamo tutti.

L’ho fatto anche io.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.