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8 – Eleganza africana

8 – Eleganza africana

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Prima di arrivare in Africa mi ero informato.

Da quel che leggevo sembrava che dalla fine dell’apartheid in Sudafrica ci fossero solo violenza, furti, rapine e i famosi Hijack – gli assalti armati per rubarti la macchina e tutto quello che hai mentre sei alla guida.

In un documentario avevo visto che addirittura la BMW, la casa automobilistica europea, aveva inventato apposta una berlina anti Hijacking proprio per il Sudafrica: un sistema a gas lanciafiamme che si accendeva attorno all’auto ed inceneriva l’attentatore schiacciando un pulsante ( vedere per credere:  BMW anti hijack ).

Mah. Mi sembrava si stesse esagerando.

Così un po’ perplesso da questi deliri avevo chiesto conferma soprattutto a chi era stato lì.

Una mia amica – che aveva vissuto tra Sudafrica e Swaziland per anni – aveva però sottolineato:

«Quando vai in giro non metterti mai nulla di marca in vista: lì vanno giù di testa. Mettiti solo roba che non possono riconoscere, evita marche famose altrimenti pensano che tu sia pieno di soldi. Soprattutto se stai andando nelle zone di campagna, vestirti elegante potrebbe risultare offensivo.»

Bene.

Impacchetto tutto, saluti, raccomandazioni e partenza.

Destinazione Lesotho.

Check-in, scali, corse, cambi, documenti, ore e ore di volo, ritardi, attese, infine arrivo a Maseru, Lesotho con un bimotore.

Ore e ore di ritardo.

Mi accolgono due persone rimaste ad aspettare per il ritardo.

Notte fonda. Molta stanchezza e confusione da viaggio.

Saluti brevi, poche parole, siamo tutti stanchi.

Ripartiamo. Destinazione: piena campagna.

La stanchezza rende tutto informe: l’Africa intorno ma il buio la inghiotte.

Arrivo in una missione in piena campagna. Ero ospite di un vescovo locale, legato all’associazione con cui collaboravo.

Saluti, benvenuto, discorsi e battute di cui nemmeno ho ricordo. Parole e parole. Spesso ci si dimentica quanto in viaggio cambino le nostre percezioni come fossimo animali sballottati in gabbia: sentiamo gli odori, ascoltiamo l’indispensabile, parliamo e mangiamo poco, in cerca solo di un attimo di pace.

Mi trovo ad una cena e un’altra chiacchierata.

Vado a letto e non so nemmeno dove sono, intorno è tutto buio, non fosse per il caldo e i basotho intorno a me che potrei essere in antartide.

Mi butto a letto confuso.

Credo fossero le sei del mattino, nemmeno quattro ore di sonno e bussano, bussano, bussano.

Mi svegliano. Apro. Molta gente: vieni, andiamo, facciamo, vieni, dai non ricordi che ti abbiamo detto ieri, vieni dai, muoviti siamo in ritardo. Non capisco nulla. Non so dove sto andando né con chi. Zero.

Senza ancora essermi calibrato su usi e costumi locali, pieno di raccomandazioni su cosa mettermi e no, non ricordo nemmeno cosa mi sono messo addosso ed esco fuori.

Piovo in una macchina.

Salgo. Saluto. Mi guardo intorno.

C’è un autista che guida.

C’è un vescovo imporporato al mio fianco.

Mi guarda.

Sorrido.

Lo guardo.

Sorride e con elegante discrezione mi dice:

«Vuoi venire così?» – mi chiede delicato accennando a cosa ho addosso.

Chino la testa e controllo.

Beh forse ho un po’ esagerato: sono vestito col pigiama di pile. Inguardabile.

Scuoto la testa e sorrido al vescovo.

«In effetti… – gli dico imbarazzato – attenda un attimo».

Schizzo fuori dalla macchina per andare a cambiarmi.

«Siamo in ritardo!» – mi urlano dietro.

Stanco, spaesato, trapiantato, apro la valigia, prendo due cose e schizzo fuori.

Ripiovo in macchina.

Il Vescovo sorride e accenna all’autista di andare. Il suo sorriso è bonario.

Sembra dire: non dire che non ti ho avvertito.

Ci ha provato a farmelo capire gentilmente ma ormai è troppo tardi.

Riguardo come sono vestito: pantaloni militari, scarpe da trekking e felpa del pigiama.

Vestito per andare a lumache.

Giuro che non ho mai visto così tanta gente elegante come quel giorno.

Giuro che era una delle feste più importanti dove il peggio vestito non avrebbe sfigurato agli Emmy Awards.

Non ho mai riso tanto con me stesso se non quel giorno mentre stringevo le mani ad imprenditori, politici e ministri.

Tutti che venivano a salutare l’italiano arrivato il giorno prima.

«Vieni vieni che facciamo la foto col primo ministro – mi dicevano mentre io continuo a ridere ancora di più.

Li ricordo ancora, tutti elegantissimi che venivano a tendermi la mano, guardandomi spiazzati vestito come la working class.

Io per lo meno sorrido, anzi rido.

Sembro io l’unico povero ma felice.

Sembro io lo stereotipo dell’africano.

Peccato. Ci tenevano.

Peccato ci tenevano davvero all’Italian Style prima che io ne rovinassi la reputazione.

Peccato, ci credevo anch’io che l’Italian Style fosse il migliore prima di vedere un ballo improvvisato lì.

Mi si mette davanti una schiera di giovani: ragazzi e ragazze. Di strada, di campagna. Poverissimi.

Cominciano a ballarmi davanti.

Quasi una sfida, quasi un saluto, quasi un benvenuto – quel ballo.

Mi guardano fissi.

Io ho smesso di ridere.

Un ragazzo balla a petto nudo con un bastone in mano e la tuta da operaio aperta sino alla vita. Corpi sinuosi, movimenti armoniosi e in quegli sguardi. Uomini e donne giovani che ballano e mi guardano fissamente.

Non ho mai visto tanta eleganza: la sfida senza aggredire, l’invito senza il sesso, l’orgoglio di sé ma con rispetto per me.

Una cosa mai vista.

L’eleganza, eleganza africana.

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