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7 – Voi siete l’America

7 – Voi siete l’America

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campo-cipolle-africa
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In un’Africa sfruttata e divisa come la mia terra mi è venuto come il dovere di fargli capire che il mio passato era il loro futuro. Così ho sempre detto tutto quello che pensavo.

Ho sempre avvisato sui doppi fini della cooperazione internazionale, che i 3/4 degli aiuti destinati all’Africa rimanevano in occidente e che il vero fine della cooperazione internazionale era l’assistenzialismo.

Ho sempre detto che in Africa erano molto più ricchi di noi in termini di risorse mentre il sistema occidentale sarebbe presto crollato.

Era il 2006, il 2007, il 2008, il 2009. Non mi credevano.

Cercavo in tutti i modi di fargli capire che noi occidentali abbiamo problemi sociali, economici e politici. Cercavo di smontare in loro il mito affinchè loro stessi prendessero coscienza di sè e delle loro qualità, affinchè in qualche modo cercassero la loro strada, una speranza di una terza via alternativa e costruttiva. Invece tutti loro volevano partire, andarsene via da lì.

Come abbiamo fatto noi. Ma il mondo da allora è cambiato radicalmente.

 

Una ragazza africana un giorno, in un’assemblea, mentre mi parlava trasognante sul nostro stile di vita, le automobili, gli abiti e le case da sogno le dissi:

«Secondo te perchè siamo diventati ricchi?»

La ragazza era spiazzata, non tanto dalla mia domanda, quanto dal non riuscire a trovare le parole per spiegarmi un’ovvietà tale. Finchè mi disse:

«Ma voi siete così, siete nati così!»

«No – le risposi – noi siamo tutti figli di contadini, pastori e artigiani.»

Continuai:

«In Italia tutto ciò che vedi di bello viene dai contadini, dai pastori e dagli artigiani. Ma ce lo siamo dimenticati.»

La ragazza mi guardò. Era stranita. Quasi stravolta.

«Perchè, anche voi lavorate la terra?» – mi chiese come avessi offeso il suo sogno.

«Ormai non più – le risposi – Ormai nessuno si vuole più sporcare le mani.»

È così che ci siamo sporcati l’anima.

Ecco qual’è stato il mio modo di stare in Africa.

Ero in Africa per dire che io no, noi no, che non eravamo l’America.

Ero in Africa da figlio di una terra schiava e divisa, dove l’invidia, la diffidenza e la rivalità reciproche sono la principale causa di povertà prima ancora delle multinazionali o dei “padroni”.

Ero in Africa per dire che noi si, che noi eravamo schiavi come loro, non padroni.

Ero in Africa per raccontargli di tutti i nostri sbagli.

Ero in Africa per chiedergli di crescere con noi, non di imitarci.

«Il progresso è meraviglioso: l’acqua calda, la luce, la Tv e l’automobile…ma se rinunciate alla vostra essenza, se abbandonate agricoltura e pastorizia, allora chiunque vi farà schiavi come hanno fatto con noi.» – non mi stancavo di dire.

Cercavo di spiegare tutti gli errori che noi abbiamo fatto prima di loro.

Quando vergognandoci di noi stessi ci siamo offerti divisi e schiavi, dunque siamo stati noi a renderci poveri e subordinati.

«Sapete dov’è l’America? – chiedevo loro – L’America è qui nel vostro giardino di casa, nel vostro orto e nelle vostre terre:  siete voi l’America, perché avete tutto ma non lo sapete!»

Non so cosa pensassero di quelle parole ma io lo scrivo a chiunque legga: perchè non cominciamo ad insegnare i nostri errori?

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