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7 – Noam israeliano e buddhista

7 – Noam israeliano e buddhista

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Ora comincerà una serie di ritratti delle persone che ho incontrato e che secondo me incarnano l’anima di questo paese, Israele. Non userò nessuno dei loro veri nomi.

Sugli israeliani voglio dire una cosa: sono esattamente uguali a noi italiani di trenta- quarant’anni fa.

Invadenti, allegri, diretti, pratici ed entusiasti.

Un energia pazzesca e spesso incontrollata che noi abbiamo perso dietro un pantano di incertezze e paure:

«Basta con i grazie e i prego! Vuoi una cosa? Prenditela!» – ci dicevano.

Ecco perché il primo ritratto lo dedicherò a lui, Noam.

Noam è infatti la sintesi delle nuove generazioni di israeliani, un mix in delicato equilibrio tra l’essere dolce e rude, sensibile e invadente, buddhista col rosario e patriota col mitra.

Eccolo.

 

NOAM

 

«Vedi, quello lì, quell’uomo forte e dal fisico asciutto è mio padre. Io lo adoro e lo temo.» – mi diceva Noam.

Me lo diceva così, come se parlasse la sua anima, dato che era la sua anima a voler parlare e nessuno a volerla ascoltare veramente. Era ancora adolescente in tutta la sua sfacciata e sensibile spontaneità e mi cercava spesso, non appena poteva, anche quando ero stanco, anche quando non ne avevo voglia.

Non so perché mi avesse preso così tanto in simpatia ma mi trattava come uno di casa. Io lo trattavo allo stesso modo: come se fosse un mio fratello piccolo. Era così uguale e diverso a tutti gli altri.

«Mio padre è un vero figo, troppo per me, perché non riesco a stargli dietro.» – continuava.

«Mio padre era nei corpi speciali israeliani come ora lo è mio fratello. Noi siamo una famiglia di gente coraggiosa ma io ho una paura fottuta di fare il militare: amo il mio paese ma non mi piace la nostra religione arrogante.»

Ecco perché lo amavo.

La sua anima era lì davanti a me, senza nessuna ipocrisia mentre i suoi occhi ballavano veloci da una parte all’altra, sempre attenti in quel mondo che gli stava intorno, un mondo apparentemente così tranquillo ma per esperienza familiare così pronto a ribaltarsi in guerra.

«Noi uomini alla fine siamo tutti uguali, per questo non mi piacciono le religioni classiche: io sono buddista, ma non dirlo in giro.»

Noam mi aveva aperto al mondo degli israeliani buddhisti di cui non ero a conoscenza.

Non ne avevo mai sentito parlare nemmeno nei giornali.

Eppure molti di loro, stanchi di questi conflitti incomprensibili, si sentono sì ebrei ma anche liberi di scegliere un modo di vivere la spiritualità e la religione che li allontani da questa tensione quotidiana.

Noam era dunque un adolescente ma aveva quell’intelligenza sensibile di chi diventerà un vero adulto, un umano pieno, oppure di chi si perde per strada.

Noam continuava a ripetermi che era vergine e che sapeva di essere a suo modo bello ma non riusciva a trovare una fidanzatina. La sua sensibilità infatti lo rendeva goffo nell’approccio con le donne. Era sempre alla ricerca di una ragazza ma le ragazze lo trattavano come un amico oppure lo vedevano aggressivo.

Il mondo del sesso gli risultava scismatico dato che era così vicino e così lontano.

Il sesso nel kibbutz è infatti a portata di mano, sempre ma non è detto che sia per te disponibile.

I giovani del kibbutz sono come in un piccolo paese e sin da giovanissimi ragazzi e ragazze, sperimentano il sesso tra loro o attraverso i volontari che li visitano da tutto il mondo. Il sesso è anche quando fanno i militari o quando vanno a vivere da soli dato che a 18 anni il kibbutz ti offre una casa.

Così Noam davanti a quel ben di dio delle volontarie ogni tanto si dava coraggio e provava a fare come i suoi coetanei, ma essendo sensibile si forzava e gli usciva tutto male.

Una volta Noam, era venuto nella nostra casa, quella dei volontari, e davanti ad una ragazza inglese in canottiera senza reggiseno ebbe una plateale erezione che gli valse l’appellativo segreto di “The donkey” – l’asino.

«Io sono giovane e maschio, dev’essere così!» – mi rispondeva quando lo prendevo per il culo per l’erezione in pubblico cercando di ribaltare l’immagine da bambino.

Io però ero l’unico che non lo trattava come un ragazzino.

E con me non aveva peli sulla lingua:

«Tu, come tutti gli europei, non capisci che gli arabi sono dei bastardi perché se ti fidi prima o poi ti tradiranno.» – mi diceva quando mi vedeva insieme ad un beduino arabo.

«Scusami, tu sei italiano, io magari sono un po’ invadente però è per aiutarti: tu e l’americano non dovete frequentare il beduino arabo con cui vi vedo. Lo dico per il vostro bene.»

Diceva così ma non lo credeva. Si sentiva semplicemente escluso dalla nostra amicizia.

«Quando sei con l’americano ridi, ma quando sei con me non ti ho mai visto ridere così tanto» – mi diceva malinconico senza pensare che avessimo più di 15 anni di differenza.

Allo stesso modo mi diceva le parole segrete con cui era stato allevato, con quelle cose che si dicono in casa, come da noi si diceva di stare lontani dagli africani e dagli zingari. Cose che tutti dicono tra le mura di casa ma fuori guai a dirle.

«Credi che ci possa essere un nuovo olocausto?» – mi chiese un giorno.

Mentre io cercavo le parole mi incalzava:

«Perché non mi rispondi? Voi europei mi fate paura. Anche voi italiani mi fate paura. Ma perché i tifosi della Lazio sono nazisti? È vero che lo sono? Come è possibile che portate la svastica allo stadio? Non è vietato?»

Cercavo le parole per spiegare ma lui era già freneticamente ad un altro step:

«Ieri in Svizzera c’era la partita con Israele alle qualificazioni mondiali e dei figli di puttana hanno alzato uno striscione con su scritto Palestina Libera. Ma che cazzo vogliono? Cosa volete voi europei? Nessuno di voi sa cosa significa stare a fianco agli arabi. Vi voglio vedere quando verranno gli arabi da voi!»

Se ci penso ora le sue parole sono state profetiche.

Perché molti ben pensanti europei si sono tolti la maschera sugli arabi e pure sugli ebrei. E sono tornate le ombre.

Quando decisi di partire, quasi all’improvviso, venne da me e mi porse un sacchetto:

«Prima di partire, tieni, ecco, ti regalo il mio rosario buddista, è la cosa più preziosa che ho.» – mi disse.

E ancora prima che io riuscissi a trovare le parole me ne disse un’altra delle sue:

«Ti volevo dire un’ultima cosa, non so perché te lo dico: mio nonno sai, era nei corpi speciali anche lui come mio padre e come mio fratello. Mio nonno era uscito dai campi di concentramento e lui era in quelle squadre speciali che cercavano i nazisti con Wiesenthal. Erano cacciatori di nazi. Volevo dirti che anche mio nonno ha partecipato alla cattura di Eichmann. Ne sono orgoglioso. Sai però perché te lo dico? Perché anche tu devi fare qualcosa per noi, ti prego fai qualcosa nel tuo piccolo per noi.»

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