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6 – un italiano nel kibbutz

6 – un italiano nel kibbutz

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Prima di andare alla mensa il responsabile dei volontari del Kibbutz mi vuole mostrare la mia stanza. Mi scorta lungo il kibbutz, un vero e proprio villaggio che assomiglia ad un super residence estivo con casette ad un piano inserite in un grande e curatissimo giardino. Ogni casa ha i suoi fiori e piante ben curate.

La cosa strana del Kibbutz, di Israele in genere, è che ti dà sempre la sensazione di essere un’oasi in mezzo a una guerra – imminente o in atto non lo capisci, perchè il tuo corpo non percepisce nessun conflitto ma i tuoi occhi sì, eccome: check point, militari ovunque, mitra sulle spalle in fila al supermercato, fermate degli autobus con barriere di cemento e bunker sotterranei nascosti dietro i giochi per i bambini.

Israele è una guerra invisibile e promessa che ti fa cedere i nervi prima o poi.

Camminando noto che nel Kibbutz è pieno di nastri blu appesi.

Li indico e prima che io chieda il responsabile mi risponde:

«Sì il nostro Kibbutz è a favore dello smantellamento delle colonie ebraiche da Gaza: siamo per i due stati. Il nostro è un kibbutz di sinistra.».

Sono felice. Non dico nient’altro.

Infine arriviamo ad una di queste casette, ma a differenza delle altre ha il giardino triste e dimesso.

«Abiterai qui» – mi dice.

Da dentro esce un Japponese, altro volontario, che mi accoglie.

«Ci vediamo in mensa» – si smarca il responsabile dei volontari lasciandomi al mio destino.

Rimango da solo col Japponese.

Lo vedo stanco ma gentilmente mi mostra la nostra casa da condividere.

Ci hanno stipati in più persone lì dentro e il supposto salone è una stanza doppia.

Stanza spoglia, stanza da sbarco in Normandia.

Il giapponese è un tipo che ha mollato il suo posto da benzinaio per girarsi il mondo e dice che se ne andrà a breve, perché mi dice che la gente qui è troppo rude e maleducata.

Andiamo bene – penso.

Dice che è stanco perché ha appena finito di lavorare e si trascina abbattuto verso la sala mensa.

Il Kibbutz appare davvero come un camping residence super curato dalle stradine così ben fatte da sembrare piste di go-kart. Quella più grande porta al centro, alla mensa, e ora è una pista di atterraggio dove mi attende la contraerea dei primi sguardi incuriositi sul nuovo volontario.

Allora punto la pista, tolgo il controllo sulla plancia comandi ed atterro. Il carrello si sgancia ed atterro al suolo.

Prima di toccare terra rimango io, le mie ali e l’aria, un attimo di silenzio. Sarà l’ultimo.

Esco dal mio aereo e mi lancio con piglio da animatore turistico presentandomi a tutti, indistintamente, con una furia quasi cieca da guerriero Berserker.

Kibbutz kitchen

La mia mano destra stringe qualsiasi altra mano destra che mi capiti a tiro:

«Ciao sono il nuovo volontario, from Italy!» – Un arcobaleno di sguardi tra il divertito e lo stigazzi mi circonda.

I più sono sorpresi e contenti di avere un italiano, perché di italiani ne hanno visto ben pochi fino ad ora.

Il mio accento li fa ridere e la presenza li onora. È difficile ed ipocrita dire il contrario ma quasi sempre all’estero ci si ritrova bene accolti in quanto italiani: il paese del buon mangiare, il paese del miglior calcio, degli abiti di lusso, delle macchine per pochi, dei geni, degli artisti, delle belle donne e dei migliori amanti.

A pochi è riservato uno stereotipo così eccelso includendo la nostra nota tendenza al caos, al tradimento e all’inaffidabilità.

Così per la più grossa comunità ebraica sudamericana sarò El Tano, per quella israeliana sarò l’Italkì e io mi comporterò come loro mi immaginano, nel bene e nel male e inizierò a fumare le loro sigarette all’ombra dei trattori nei campi (avevo smesso da un anno), mangerò le pitas con l’hummus mentre raccogliamo le patate di notte e mi ubriacherò di birra goldstar con le patatine alle arachidi al bar del kibbutz ogni venerdì notte. Anzi molte altre volte.

In cambio mi lasceranno guidare i loro trattori, mi daranno le chiavi delle loro case e mi racconteranno con le loro anime delle loro notti più insonni e più travagliate.

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