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5 – I Sogni nella Cooperazione Internazionale

5 – I Sogni nella Cooperazione Internazionale

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Prima di arrivare in Africa, ho messo in valigia i miei sogni post industriali di green e sharing economy: agricoltura sostenibile, pannelli fotovoltaici, cooperative rurali.

Io ero questo.

Bene, molto bene – dirà qualcuno.

Male, molto male – mi dico oggi.

Perché quando si apre un progetto di cooperazione in un altro paese bisogna anche pensare ai sogni altrui:

Cosa sognano, cosa desiderano le persone con cui avremo a che fare?

Qui non si tratta di assecondare i bisogni più istintuali ma di relazionarsi con una situazione reale.

Sono stato fortunato, molto fortunato perché il progetto cui ho lavorato era basato sulla trasmissione di tradizioni millenarie appartenenti ad un contesto rurale e tribale sardo così simile a quello africano. quindi tradizioni utili a risolvere problemi nel quotidiano: fame, sete, furti.

Dico fortunato perché la gran parte dei fondi sulla cooperazione si spendono per progetti che non sono utili in quanto né desiderati né tantomeno recepibili dalle popolazioni locali.

Per capirci: se le persone muoiono di fame, ignoranza e disperazione cosa se ne fanno degli aiuti per curare l’HIV?

Nulla, perché quando hai fame pensi solo a mangiare non al preservativo.

Perciò la vita quotidiana dei basotho, fatta di stenti e di mancanza di speranza, non mi era distante anzi quanto mai vicina grazie ai racconti di genitori, parenti e amici che hanno vissuto la fame della guerra, con l’infanzia senza acqua nè luce elettrica, l’adolescenza con i vestiti strappati e le scarpe bucate. Tutti accomunati dalla speranza di un futuro migliore dove poter studiare e lavorare.

Questi sono i sogni che fai.

È dunque grazie alle similitudini con la mia terra che ho capito meglio quale fosse il mio compito. Perché il popolo basotho fa gli stessi sogni che ha fatto tutta la mia gente a suo tempo: vestiti nuovi, guidare la berlina davanti agli sguardi ammirati dei vicini, scappare in motorino con la tua prima ragazza per baciarla, mandare i figli a studiare, avere una casa con la luce, l’acqua, la Tv, e i divani nuovi dove far sedere gli amici.

Ecco a cosa potevo essere utile: come un viaggiatore dal futuro io ero un testimone dei sogni di speranza come di quelli infranti, delle vittorie e delle cadute della mia terra, colonizzata e sradicata come quella africana.

Perciò non ero lì a fare la morale dall’alto di una civiltà cui il mio popolo si è semplicemente adeguato ma ad essere testimone, a trasmettere questa esperienza di sradicamento e adattamento.

E una cosa su tutte mi era chiara: i sogni sono bellissimi ma possono diventare presto un incubo se il progresso non avviene per gradi.

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