Siamo qui per scegliere
 
5 – Entrare nel Kibbutz

5 – Entrare nel Kibbutz

Hits: 25

Arrivo a destinazione. La fermata dell’autobus è dentro il Kibbutz. Come fosse un mondo a parte.

Sono circondato da un paesaggio che oscilla dal deserto al giardino, da un ranch del Texas ad un camping estivo di lusso.

Sono ancora frastornato, senza valigie e senza vestiti.

Il Kibbutz mi accoglie con i suoi alberi e giardini pettinati da mani abili, con la sua forma di sole e le stradine a raggiera, con le case ad un piano dove ognuno gestisce il suo microgiardino. Case salone-bagno-camera-cucina. Una casa per unità familiare o per singolo. L’essenza della dignità.

Al mio arrivo un ragazzo giovane, alto, scalzo e con la faccia da pigro indolente mi accoglie seduto su una panchina.

Mi vaglia per capire se sono uno con cui passare del tempo o se sono uno che gli fa solo perdere tempo e prima di tutto mi porta nella sua casa.

Mi parla e non ascolto.

«Sono il responsabile dei volontari. Fumi?» – mi offre una sigaretta.

«No grazie, ho smesso» – gli dico sentendomi McFly quando chiede il latte al saloon.

Mi porta nella sua casa. Sembra un incrocio tra una casa parcheggio e la stanza di un animatore in un villaggio turistico. forse è la postazione di un soldato.

Mi fa sedere, mi offre un caffè e ancora una sigaretta.

Non si fa una ragione che io non fumi.

Qua le fumano ancora senza sensi di colpa, con gusto.

Le aspirano con gusto e fanno venire una fottuta voglia di fumare.

«Quanti anni hai?»

«Trenta»

«Ah, sei vecchio – mi dice con tutta la rude nonchalance tipica israeliana, da frontiera.

Ora che poggia la tazza di caffè e si mette in bocca la sigaretta mi spiega:

«Siamo in un periodo strano perchè questo Kibbutz è al confine con Gaza. Qui stanno venendo gran parte dei comandi militari, perciò i più giovani hanno dovuto lasciare le loro case ai militari. Momentaneamente. Perciò vi manderemo in una casetta non molto bella.»

Lo guardo, ma sono troppo stanco.

«È per questo che voi volontari sarete messi insieme in due-tre case. Quando i militari andranno via, quando finirà il disengagement da Gaza, vi daremo le case migliori.»

Mi guarda perplesso perché faccio cenno che per me è tutto normale.

«Qui nel Kibbutz non si usano soldi, hai un tuo numero di conto dove ti accreditano quello che guadagni lavorando. I soldi che riceverai li userai per il market, la mensa e il pub. Qui si lavora sei giorni su sette per otto ore al giorno. Domani non si lavora perchè è lo Shavuot, la festa della mietitura (15 Maggio). Stasera c’è una festa e domani non si lavora. Hai avuto fortuna.»

Continuo ad annuire. Voglio solo avere un attimo per me.

La perquisizione e l’interrogatorio in aeroporto li sento ancora incollati soprattutto perché non ho con me nulla di mio.

«Ora ti porto nella tua stanza ma…senti, ma che ci fa un italiano qui? Noi giovani non abbiamo mai visto un italiano qui…ma sei ebreo?»

«No, non sono ebreo.»

Mi guarda col sorriso che si fa quando uno ti dice una stronzata divertente.

«Ora andiamo. È quasi ora di cena, c’è la mensa.»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.