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3 – Israele non dà tregua

3 – Israele non dà tregua

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L’autobus che ho preso è diretto verso il centro di Tel Aviv.

Più ci avviciniamo al centro più l’autobus si riempie di militari. Sguardi forti, sigarette accese.

Giovani ragazzi e ragazze con l’uniforme verde oliva. Una concentrazione di giovani così belli in Europa è plausibile solo davanti al locale trendy o a fare shopping nelle vie del centro. Qui hanno l’M16 a tracolla.

 

Noto che il fascino della divisa mi coglie di sorpresa. Nelle ragazze la femminilità è accentuata dall’oscillare tra forza maschile e dolcezza materna: le unghie smaltate staccano sull’uniforme, l’M16 con i sandali aperti, la coda dei capelli ondeggia sopra le mostrine della divisa.

Prima di scomodare Freud mi faccio di nuovo recipiente. Fuori dai finestrini c’è davvero Israele e lo sciamare di macchine, quasi tutte bianche, quasi tutte sudcoreane.

Israele non ti dà pace.

L’autobus si ferma qualche minuto davanti ad un semaforo. Coppie di ragazzine, bambine, scivolano saltellanti tra le macchine in attesa del verde.

I miei parametri mentali europei non trovano corrispondenze: bambine sorridenti e ben vestite che si avvicinano ai finestrini delle macchine in sosta.

Non chiedono, non tendono la mano, non lavano i vetri.

Porgono strisce di un arancione urlante agli automobilisti. Alcuni le accettano, altri oppongono un civile diniego sorridendo e senza alzare il finestrino.

La curiosità mi brucia, mi pervade. Devo sapere il perchè di quel carnevale di bambine radiose al semaforo, dove invece solitamente è sempre un mendicare, un chiedere, strazio, fumo e finestrini che si chiudono.

Mi tocca tirare fuori l’inglese multiuso, sporco e arrugginito, pur di saperlo. Qui tutti bene o male, parlano inglese.

Mi giro e chiedo al soldato che ho vicino se c’è qualche ricorrenza o festeggiamento perchè è l’unica ragione che mi posso fare.

Lui sorride:

«Vedi, chi mostra le strisce arancioni, è contro il disimpegno – il Disengagement – dalla striscia di Gaza voluto da Ariel Sharon.»

Rimango spiazzato. Sprofondo fuori dal finestrino. Ora vedo le strisce arancioni dappertutto, sembrano punti esclamativi. Urlano e urlano. Ma non sono mai quante le bandiere d’Israele.

 

«Di dove sei?» – esclama il giovane soldato ridestandomi.

«Ah, sono italiano, sono qui per fare il volontario nel kibbutz.»

«Oh benvenuto. Io amo l’Italia. Benvenuto davvero in Israele!»

 

Grazie. Non riesco a interagire. Perchè sono a bocca aperta. Sento il travaglio di questo paese, lo sento dentro, trasuda dalle bandiere, dai giovani soldati che aspirano con gusto le sigarette, dalle bambine che saltellano d’arancione prima del verde del semaforo. Lo sento nello stomaco.

Inizio a contare le miglia di distanza tra questo paese e l’Europa spensierata. E i figli di questo popolo che non ha mai pace. Nemmeno ai semafori.

 

Arrivo alla stazione centrale degli autobus di Tel Aviv.

La più grande stazione di autobus al mondo.

Sono stanco. Non è ora del Guinness dei primati.

Vado in zona taxi per assicurarmi un ostello. Sono stanco e senza valigie.

Mi affido ad un tassista con la faccia da verduraio. Il mio accento lo incuriosisce.

Lui guida e mi guarda.

«Di dove sei?» – mi chiede.

«Italiano»

«Ebreo?» – Un lampo lo coglie.

«No. Ma c’è una festa nazionale che vedo tutti in arancione?» – rilancio.

Mi guarda come se fossi un japponese svampito. Sta al gioco. Non si trattiene. Non è terra per idioti. Lui parla ma non ho voglia di seguirlo. Sento la sua rabbia. Prendo quello che sento:

Sharon…militari…figlio di Sharon…corrotti…pace…ex generale…destra…guerra…bastardi.

 

«Sei arrivato.»

«Ah grazie.»

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