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24 – ambarabà ciccì coccò

24 – ambarabà ciccì coccò

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Ambarabà ciccì coccò.
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò.

 

Tutti noi occidentali arriviamo in Israele come bambini col fiatone che giocano a nascondino.

Una volta in Israele si ricomincia a giocare ma qui i bambini sono già adulti.

Invece ognuno di noi è venuto a dimostrare una sorta di coraggio calcolato, di vigliaccheria ardita, un sincero atto di fuga dai peluche, protetti dal non appartenere agli schieramenti.

Noi giochiamo ma gli altri ci vivono.

Mi ricordo la moglie di Giuliano Ferrara che girava per le strade di Gerusalemme con la bandiera americana intorno alla vita, come se la sua solidarietà illuminasse gli animi israeliani.

Mi ricordo di noi, a comprarci le magliette dell’esercito israeliano o “Free Palestine” per sentirci integrati e partecipi, come gli immigrati quando si mettono la maglia del Milan o dell’Inter a Milano.

Tanto il milanese ti guarda comunque come un immigrato.

Tanto gli israeliani sanno che possono contare solo su loro stessi.

Tanto il Palestinese sa bene che anche se ti tatui la loro bandiera, in Palestina ci rimani massimo una settimana.

Le nostre sono dichiarazioni di solidarietà per noi stessi.

«Chiesa salva tutti!» – gridiamo guardandoci illuminati in volto.

Ma la Chiesa non ha mai salvato nessuno, anzi molto spesso è il pericolo. E allora ricominciamo la conta.

Si gioca con la Storia, in Israele.

 

Ambarabà ciccì coccò.
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò.

 

Siamo a Gerusalemme.

Andiamo nell’ostello famoso perché si può dormire in terrazza all’aperto, guardando il cielo di Gerusalemme.

Siamo sdraiati a guardare la notte stellata mentre di sotto ribolle di luce calda l’intestino della città: gli alberghi, la Moschea, le strade e le chiese.

Arriva un americano. Amico di amici.

Un americano intelligente.

Un americano impegnato.

Tutto è estremo negli americani: la simpatia, la stupidità o l’intelligenza.

Lui è brillante, gioioso, carismatico, divertente.

È stato in Palestina a lungo come volontario. Ancora lo è.

Essere volontario in Palestina anziché in Israele come noi, nel gioco delle parti lo rende moralmente superiore a tutti noi. Gli stiamo attorno celebranti, sia per la sua simpatia, sia per i suoi aneddoti, sia per la sua scelta.

Cominciamo a parlargli di Assim, come se non avessimo nulla da invidiargli, perchè anche noi siamo al confine, perchè abbiamo anche noi la palestina e l’attrito di faglia sotto il culo.

Lui ci dice, splendendo di sfida:

«Quando rivedete il vostro amico beduino ditegli queste parole da parte mia: Wahed tnìn – fales-tìn!» – sentenzia mostrandoci il segno della vittoria con le dita a V.

Noi lo guardiamo come bambini che imparano la nuova filastrocca. Tutti eccitati dal nuovo gioco.

«Wahad tnìn- fales-tìn!» – ripete guardandoci negli occhi come il Maestro Yoda.

Canta le sillabe cadenzandole. Noi rispondiamo come un coro da stadio.

La notte, le stelle e le luci rendono tutto magico.

«Cosa significa?» – gli chiediamo.

«Wahad tnìn- fales-tìn!» – insiste felice il veterano coi novizi.

Non ci risponde. È come il fratello grande.

«Allora ce lo dici cosa significa?» – la nostra domanda spazientita segna il confine netto tra noi e lui in quel momento.

«Voi ditegli questo e vedete cosa vi dice – e ripete – Wahad tnìn- fales-tìn!»

La cosa ci diverte perché la cosa lo diverte.

La impariamo a memoria.

Ora tocca a noi.

 

Ambarabà ciccì coccò.
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò.

 

Quando torniamo da Gerusalemme la sera stessa andiamo da Assim, tutti trepidanti per chiedergli di quella filastrocca, il nostro nuovo giochino.

Eravamo in tre.

Quello dei tre che se la ricordava meglio sorride con orgoglio ad Assim, si ferma e come un proclama gli fa:

«Wahad tnìn- fales-tìn!»

Assim lo guarda stupito.

«Wahad tnìn- fales-tìn!» – gli ripete tutto contento.

Assim sorride a forza solo per non deluderlo.

Lui ancora lo ripete.

«Wahad tnìn- fales-tìn!»

Assim diventa serio.

«Wahad tnìn- fales-tìn» – si sente per l’ultima volta.

Nessuno si capacita della non reazione di Assim.

Assim lo guarda e gli dice, serio, quasi incazzato:

«Chi te l’ha detto?»

È imbarazzato ma è così gentile da provare a spiegare il significato ma questa volta non ci capiamo.

Non era mai successo che non ci capissimo.

Assim infastidito si allontana.

Fingiamo di lasciar perdere.

Mi viene la bella idea di chiedere ad un amico israeliano che sa l’arabo e gli chiedo:

«Mi sai dire che significa “Wahad-tnìn- fales-tìn”?»

«Chi te l’ha detto?» – mi interrompe serio, sospetto.

Gli spiego la storia e dell’americano che abbiamo incontrato a Gerusalemme. Gli dico che l’abbiamo detta pure ad Assim.

«E lui che t’ha detto?» – mi interrompe assetato e preoccupato.

«Boh non abbiamo capito che ha detto, non ci è sembrato divertito, anzi, sembrava incazzato. Ma è una parolaccia in arabo?»

«No» – mi risponde guardandomi sbalordito per la mia innocente e stupida insistenza.

«Wahad tnìn- fales-tìn, la gridano sempre gli arabi che ci vogliono annientare e significa “Una-due Palestine”» – mi risponde serio.

Io ancora non capisco. Mi sento idiota. Lui capisce e continua:

«Una Palestina è quella di adesso. La seconda è Israele che deve essere distrutta e diventare la seconda Palestina.» – conclude triste.

Io implodo. Mi sento svuotato.

«E chi è andata a dirla ad Assim?» – mi chiede alludendo a quanto siamo idioti

«Io. Sono stato io.» – gli rispondo abbassando lo sguardo.

 

Ambarabà ciccì coccò.
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò.

 

 

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