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22 – Free Palestine? Libera la mente

22 – Free Palestine? Libera la mente

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Free palestine? – Palestina libera?

Free your mind – Libera la mente

Il nostro tempo libero nel Kibbutz cominciava dal Venerdì sera e finiva entro Domenica, dato che Sabato era il nostro unico giorno libero.

Un venerdì decidemmo di partire l’indomani per Gerusalemme.

Una corsa a staffetta tra lavoro, autobus e cambi di linea e già eravamo per le vie della “città sacra”, con quella stanchezza addosso che ti rende invulnerabile ai problemi esterni.

Ad un certo punto cominciammo a girare nella parte storica di Gerusalemme e infine dentro la parte araba.

Mi trovai davanti ad un negozio arabo che aveva quasi tutte magliette con su scritto:

FREE PALESTINE

Mi fermai perchè l’arabo che le faceva era monco ad una mano ma armeggiava ogni strumento con un’agilità incredibile. Le stampava lì sul posto con una precisione millimetrica. Non sapevo nè gli chiesi per quale motivo fosse così, semplicemente ammiravo la bellezza del suo aver superato l’handicap.

La sua menomazione era stata soverchiata dalla vita, dall’ingegno, dalla strategia umana atta alla sopravvivenza e sicuramente da qualche canale di amore cui quell’uomo attingeva.

Io in quella mano lessi: la vita sopravvive anche alle stronzate umane di confini, separazioni, mura e odio religioso.

Tutta quella maestria mi sembrava una gemma preziosa per una maglietta con su scritto “Free Palestine” e quella mano mancante era una prova presente e viva di una lotta ancora più alta: l’amore per la vita.

Fu allora che mi ricordai di un amico dall’Italia che mi chiese: «Portami una t-shirt da Israele»

Ovviamente quando si fa un viaggio del genere ci si dimentica spesso di queste richieste. In questo caso no, mi ricordai, perché l’amicizia era traballante e presi quella maglietta per rinsaldarla.

In Israele vige però il principio per cui tutto ciò che nasce storto, muore storto.

E così accadde.

 

Portai la maglietta nel Kibbutz.

Quando la mostrai ad un amico israeliano mi disse però che era meglio spedirla altrimenti se l’avessero vista ai controlli aeroportuali avrei potuto avere molti problemi. Così la impacchettai per bene, onde evitare ogni possibile intrusione e la consegnai al postino del Kibbutz – la posta del Kibbutz era a fianco alla sala mensa.

Sì, ricordo bene. Mi ricordo ancora meglio quando arrivò il postino in mensa mentre tutti stavamo mangiando e la fece teatrale.

Il postino si mise dall’altro capo del tavolo e affinché tutti sentissero gridò:

«Il pacco che hai fatto non andava bene, così l’ho dovuto aprire e rimpacchettare!» –gridava guardandomi con sfida lasciando intendere a tutti qualcosa sul contenuto.

Non ho mai saputo se il postino fosse un genio o un idiota, so soltanto che tutti cominciarono a fare battute sul possibile contenuto del pacco. Molti ridevano per battute nate sul momento, altri guardavano la faccia del postino che mi guardava dritto e serio, in attimi sospesi, per me infiniti.

Il postino mi aveva incastrato in questa sua trappola. Ero incazzato. Me la stava facendo sporca.

Col sorriso amaro ressi quel gioco per pochi attimi al che mi venne da spazzare via ogni dubbio.

Cambiai sguardo. Guardai il postino e tutti gli altri e dissi:

«Nel pacco c’è una maglietta con su scritto “Free Palestine” che mi hanno chiesto il favore di spedire.»

Li spiazzai. Calò un silenzio di imbarazzi e sguardi incupiti.

Mi guardarono e basta.

Mi dissero che non era un problema.

Io sapevo che lo era ma che il problema non erano loro, ma eravamo ancora noi europei.

«La stai spedendo ad un fascista?» – mi chiese ingenua una ragazza.

«No, in realtà è per uno che si professa comunista: in Italia e in Europa i movimenti di sinistra tendono a condannare Israele, mentre la Destra appoggia Israele» – sintetizzai.

Tutti mi guardavano ancora più stupiti.

«Ma non erano le destre che ci odiavano?» – mi chiese un’altra ragazza sorvolando l’intera tavolata.

Tutti aspettavano la mia risposta.

Molti di quelli che in quel momento mi guardavano erano giovani. Il Kibbutz era di sinistra.

Per loro, al confine con Gaza, essere di sinistra significa due popoli, due stati. Non l’odio dell’uno sull’altro.

Non riuscivano a capire l’ennesimo paradosso italiano, europeo, nei loro confronti.

Il postino al che se ne andò, soddisfatto mentre tutti nella tavola continuavano a guardarmi, continuando a parlarmi con gli occhi in una discussione sempre più complicata.

Chiunque sia stato in quelle terre, sa che non c’è spazio ai dubbi del cuore.

Laggiù c’è un’energia che spazza via ciò che non è ben radicato: chi ami, cosa senti, cosa credi.

Per questo non avrei dovuto acquistare una maglietta con su scritto “Free Palestine” ad una persona per cui non provavo un amore solido, incondizionato.

È come se laggiù la temperatura spirituale si alzasse così tanto da bruciare gli scarti della nostra anima.

Non perchè “il divino” sia presente laggiù più che altrove.

No.

È perchè laggiù i dubbi, l’odio, il rancore e le paure sono così potenti che ognuno è costretto a spazzarle via.

Per sopravvivere. Per non impazzire.

E’ per questo che l’Amore per il Divino rimane in piedi.

È per questo che presto tutti i dubbi, gli odi e i confini eretti dall’uomo cadranno definitivamente.

Quindi è bene cominciare ad abbatterli dentro di noi.

 

Free Palestine?

Free your mind

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