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21 – Assim e l’Operazione Piombo Fuso

21 – Assim e l’Operazione Piombo Fuso

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2009 Israele: Operazione Piombo Fuso*

 Questo è il nome dell’operazione con cui Israele attacca in modo pesantemente inaudito le forze di Hamas in seguito al lancio di razzi Qassam.

L’unico altro piombo fuso che ricordo nella storia è quello che gli Inquisitori europei infilavano con l’imbuto nell’ano degli ebrei.

In questa guerra invece nessuno ricorda quando è cominciata, perchè entrambi combattono per avere la stessa casa.

Per questo nessuno ha ragione.

Ebrei ed arabi hanno sempre abitato nella stessa casa dove c’erano screzi familiari ma mai pogrom, genocidi pianificati, roghi umani né tantomeno torture col piombo fuso su per il culo.

Anzi arabi ed ebrei venivano attaccati, cacciati, chiusi nei ghetti e trucidati dagli europei in nome della “limpieza de sangre” perchè erano “i moriscos” da convertire, pena la morte.

Passati i secoli, la popolazione ebraica si è affidata di nuovo alle mani degli europei e combatte gli amici storici, gli arabi.

9 Ottobre 2010. Torno in Israele con degli imprenditori agricoli per una strana congiuntura: volevo conoscere le piantagioni di melograno in Israele e per caso ho conosciuto un imprenditore ebreo pugliese che organizza un viaggio per vederle.

Mi sono appena lasciato con la mia ragazza e sono senza soldi: l’unico modo per andarci è seguire il viaggio degli imprenditori, loro sempre in alberghi con molte stelle, io in parallelo negli ostelli.

Questo strano percorso mi costerà una diffidenza sempre crescente da parte del gruppo.

Per una strana coincidenza è previsto che una di queste visite nelle piantagioni sia proprio nel Kibbutz dove ho vissuto. Ho avvertito Assim. Ci aspetta. Sono emozionato.

È il 10 10 2010. Questa strana data me la ricorderò sempre.

Sto in macchina con un esperto agronomo. È un ex del Mossad.

Sprizza intelligenza, passione per la terra: è un uomo integro.

Si è fatto tutte le guerre in Israele tranne quella nel 1948.

Durante il viaggio gli chiedo della vita e della guerra.

Lui parla. Lui è Israele.

Lui è pronto a coltivarla, lui è pronto a difenderla.

Lui è capace di creare, di distruggere e di amare.

Dalla faccia capisco che ha visto uomini trasformarsi in animali.

Quest’uomo ora lavora per la vita, come esperto di alberi da frutto in tutta Israele e perfino nel Kibbutz dove sono stato.

Conosce bene anche Assim. Mi interrompe dicendomi:

«Ho sentito Assim, è felice e vi ha preparato una festicciola.»

 

Arriviamo nel Kibbutz. Non vedo Assim da anni.

Sento la sua voce in mezzo ai filari di alberi.

Mi chiama. Io rido. Ci abbracciamo in mezzo agli alberi.

Solo gli alberi possono stemperare l’emozione di un incontro molto atteso o lenire il dolore di un addio.

Non i porti, gli aeroporti, le ferrovie o le stazioni.

Solo gli alberi.

Con Assim ridiamo per la gioia.

C’è anche il boss del Kibbutz.

Sprizza intelligenza, passione per la terra: è un altro uomo integro.

Lo capisco dalle mani forti, dal sorriso caldo e dalla pazienza eterna.

Ci hanno preparato uno spuntino con tavoli e sedie in mezzo ai filari. Hummus e vino fatto nel Kibbutz.

Sembra una pubblicità.

Gli imprenditori con cui sono però hanno fretta. Fanno e disfano. Tutto è fretta, tutto è corsa, tutto è noncuranza, tutto è opportunità. Ce ne dobbiamo già andare.

Il tavolo imbandito rimane intonso, le tovaglie sventolano sfrangiando un bel sogno che non prende vita.

Assim è visibilmente incazzato, io pure, e il boss del Kibbutz è visibilmente dispiaciuto per Assim.

Gli imprenditori non paiono dispiacersi di un emerito cazzo.

Ecco cosa ha rovinato queste terre, la pazienza ed i silenzi di questi due popoli, degli arabi e degli ebrei: le imprese, i soldi e la fretta che seguono gli imprenditori europei come un’ombra collosa che ammorba la terra fertile.

È così che ci si dimentica di essere amici.

Mi tocca andare via insieme agli altri.

Assim supera la sua delusione.

Io supero il mio imbarazzo.

Ci abbracciamo di nuovo, in mezzo ai campi d’Israele.

L’uomo un tempo del Mossad e ora esperto di alberi da frutto ci guarda. Si commuove. Ci prende la testa. Ci dà un bacio nella fronte. A me ed Assim.

Lui, il distillato del vero ebreo che ha trasformato il deserto in un giardino, che ha combattuto per il suo paese, discendente di ebrei perseguitati dai nazisti, ci battezza con un bacio sulla fronte e gli occhi inumiditi.

Per me la Storia è lì, con Israele che ci bacia in fronte.

Nel gruppo in cui sono, il capofila, l’imprenditore ebreo pugliese, ormai mi guarda con diffidenza, come fossi una spia.

Per me è abbastanza. Dal giorno dopo non vorrò più seguire gli imprenditori e tornerò nel Kibbutz.

Lasciare il gruppo mi costerà la definitiva e totale diffidenza del gruppo degli imprenditori e una serie di tappe forzate di autobus e taxi dai luoghi più disparati.

È solo così che potrò raccontare un’ultima cosa di Assim.

Arrivo nel Kibbutz dopopranzo come una sonda spaziale sopravvissuta ad una fascia di asteroidi: mi funziona solo un motore, non rispondo più ai comandi e uso il pilota automatico. È l’ultima tappa prima di spegnermi.

Viene a prendermi Assim con una macchina nuova. Per la stanchezza del viaggio e per quella sentimentale che lo ha preceduto, sono in assenza di emozioni e ho un sorriso calcificato.

Assim nella sua macchina mi parla con un inglese ormai praticamente perfetto (grazie a volontari e fidanzate europee), mentre rivedo i luoghi ormai cristallizzati nella mia memoria e li raffronto col reale.

Siamo al confine con la striscia di Gaza.

La sola parola fa sempre paura, una paura mediatica perchè immaginata, astratta.

Invece qua ci sono sempre terre, case e uomini.

Terre, case e uomini. Qua.

Terre, case e uomini. Là.

È sempre questa la sensazione che mi dà Israele.

I problemi nascono tra gli uomini.

Dio non ha mai diviso nessuno.

 

Assim mi parla, è felice di raccontarmi la sua vita e il pick up si arrampica sopra l’argine dell’enorme riserva idrica del kibbutz, dove c’era il laghetto su cui vedevamo la luna specchiarsi…ma ora non c’è più acqua!

Il lago ora è tremendamente vuoto.

Sembra una cicatrice da varicella.

Ora non ci sono più le due lune.

Nemmeno i due soli.

Nemmeno le papere.

Nessuno va più a rilassarsi.

Assim mi mostra felice la sua casa, la casa che ha ancora migliorato con le sue mani ma io continuo a pensare al laghetto, all’acqua che non c’è più, all’acqua che è vita.

Se non c’è più acqua, non c’è più vita.

Assim parla e sorride.

Rivedo quelli che ancora stanno nel Kibbutz.

Non ci sono più gli altri miei amici israeliani perchè sono in India a fare un film documentario, altri sono partiti altrove.

Non ci sono più i volontari spauriti e curiosi.

Mi accorgo che forse nulla o tutto è cambiato, forse sono io che sono stanco e così tutti mi sembrano oltremodo stanchi, in attesa dei giorni di pace ben sapendo che nemmeno questo sarà un tempo di pace.

L’acqua è vita.

L’acqua del lago non c’è più.

 

Raccolgo informazioni.

L’acqua nella riserva non c’è dal 2009, dall’Operazione Piombo Fuso. L’acqua veniva dalla striscia di Gaza.

Il sistema idrico è saltato.

Il Kibbutz è stato bersagliato dai Qassam.

Il Kibbutz è finito nei giornali di tutto il mondo.

«Lo sapevi?» – mi chiedono tutti.

«No. Non sapevo nulla.»

Mi informo.

Durante l’operazione Piombo Fuso del 2009, le forze israeliane hanno colpito duramente le postazioni di lancio dei Qassam.

Il Kibbutz è stato un teatro di guerra.

Mi dicono che molti, tanti del Kibbutz sono sfollati, soprattutto a Tel Aviv.

Chiedo anche ad Assim di tutto questo.

Lui ride e comincia a raccontarmi.

Ha la risata che viene a tutti quando ricordiamo le cose tragiche cui siamo scampati.

Succede agli anziani quando parlano di guerra, ai padri che parlano di fame, alle donne che ricordano le difficoltà, ad un amico sopravvissuto ad un incidente: ridono tutti.

Ridono in faccia alla morte.

 

«Era incredibile! – comincia Assim indicandomi la sua casa intarsiata dentro l’autobus – Vedi là?!» – mi chiede concitato.

Mi indica la striscia di Gaza che si vede chiaramente: è uno tsunami di filo spinato.

«Prima hanno cominciato a tirare razzi – mi indica la parte palestinese – Poi è stato incredibile…sono arrivati elicotteri, aerei e carri armati – mi fa la mano estesa ad indicare l’offensiva multipla terra-aria.

«Di notte, ogni notte, sembrava la fine del mondo…si sparavano continuamente, arrivavano gli elicotteri e lanciavano razzi, quelli rispondevano al fuoco, era tutto illuminato come se fosse giorno –  continua mimando numerosi lanci – E io rimanevo qui a guardare mentre tutti erano fuggiti a Tel Aviv!»

Assim ride per il coraggio che ha avuto.

«Mi chiamavano tutti dicendomi “cazzo ci fai lì ancora!? Scappa! Vattene via! Sei fuori di testa?! Vieni via da lì!» – mima parlando ad un cellulare

«Eeh! – mi dice come un vecchio sopravvissuto – è stato un “big Balagan” (Significa “casino”, come noi diciamo “ho fatto un gran casino” nda), una vera e propria guerra – conclude adombrato da foschi pensieri del futuro.

«Hanno ragione quelli del kibbutz, tu sei fuori di testa, perchè non sei venuto via?» – insisto curioso.

«Mah – mi risponde lui alzando le spalle e con un sorriso sereno e sincero – dove vuoi che vada?»

«Vedi: questa è casa mia.» – mi indica in un cerchio che parte dal Kibbutz, abbraccia Gaza e ritorna al Kibbutz.

Il suo cerchio non ha ostacoli, non ha nessun filo spinato.

«Io vivo qua, sono sempre vissuto qua, io ho tutto qua. Me ne stavo di notte qui da solo, a guardare la battaglia. Ero triste per gli uni e per gli altri ma io non potevo fuggire da nessuna parte. Questa è la mia gente.» – continua camminando nel terreno polveroso.

«Il mio cuore è metà arabo e metà israeliano, dove vuoi che vada? Dove vuoi che scappi? Da che cosa?»

Si ferma e mi guarda. I suoi occhi si stringono per lo sforzo nel provare a farmi capire.

«Il mio cuore è diviso in due ed io amo tutti.»

Usa entrambe le mani per simulare i due cuori.

Due che formano l’uno.

«Io non voglio scappare da nessuno. La mia vita è qui. Io ho tutto qui. Questa è la mia casa.»

Le sue parole non mi servono. È il suo cuore a parlare.

I suoi due cuori.

 

L’ultima immagine di Assim è in un locale in un altro Kibbutz.

Un posto dove vanno tutti i giovani dell’area.

Io sono quasi un fantasma. Sono stanco, assente.

Ragazzi e ragazze lo salutano amichevolmente.

Lui sorride e parla.

Io non ci sono più.

Io vedo giovani forti e vigorosi che ballano.

Senza paure, senza vergogne.

Assim è con loro.

Parla e sorride con loro.

Tutti ballano e parlano insieme nella loro terra e l’Operazione Piombo Fuso è ormai solo nei ricordi.

Nel Presente c’è una diffusa stanchezza ma in Israele c’è ancora speranza.

Forse la popolazione ebraica ha ancora speranza di riconoscere i suoi veri amici.

I loro amici sono qui, non in Europa.

 

* Su Limes:

“Probabilmente Yehoshua ha ragione, si tratta di una vera e propria guerra. Eppure il conflitto tra Israele e Hamas è una ben strana guerra. Dal 2005, anno del ritiro israeliano da Gaza, i sanguinosi “tira e molla” tra i due contendenti sono stati numerosi:


nel giugno 2006, l’operazione “Pioggia d’estate”, in seguito al rapimento del giovane Ghilad Shalit, conduce all’arresto di una sessantina di alti funzionari di Hamas; nel novembre dello stesso anno, l’operazione “Nuvole d’autunno” causa la morte di 56 palestinesi, per lo più combattenti. Nei cinque mesi di operazioni le vittime palestinesi sono in tutto 400;

nell’aprile 2007, Israele riprende i raid su Gaza in seguito all’incessante lancio di razzi su proprio territorio e il braccio armato di Hamas dichiara la fine della tregua; in giugno, Hamas vince le elezioni e prende il completo controllo di Gaza;

tra febbraio e marzo 2008, nuova operazione dal nome “Inverno caldo”, in seguito alla morte di un israeliano colpito da un razzo di Hamas. Solo a giugno si giunge ad una tregua. I morti palestinesi sono centinaia;

nel dicembre 2008 ha inizio l’operazione “Piombo fuso”, che dovrebbe mettere fine una volta per tutte al lancio di missili contro Israele. Bilancio: 1400 morti palestinesi e 13 israeliani. Nonostante il cessate il fuoco entrato in vigore il 18 gennaio 2009, il lancio di missili continua;

 

 

 

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