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2 – Arrivo o ritorno?

2 – Arrivo o ritorno?

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2005. Aeroporto di Ben Gurion. Tel Aviv.

Tutti gli aeroporti sono uguali per fare sentire a casa i viaggiatori:

“Benvenuti, l’ordine regna anche qui, non siamo così diversi da voi. Uscite da qui e divertitevi in santa pace.”

Attendo che il mio metabolismo si plachi sincronizzandosi in questa camera di decompressione per turisti.

Sono ancora sconvolto, perché sono senza valigia, senza vestiti se non quelli che indosso. Me li daranno fra qualche giorno, me li hanno sequestrati dopo un pesante interrogatorio con perquisizione e uso della tecnica del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.

Ho bisogno di far decomprimere l’umiliazione e la rabbia che mi ha scatenato. Ma Israele non aspetta.

All’uscita degli internazionali infatti una folla variopinta e chiassosa mi ingurgita come un apparato digerente. Sono già parte del loro metabolismo.

Dagli sguardi non c’è più separazione tra me e loro. Tutti mi guardano dritto negli occhi per scoprire quel tratto similare che disvelerebbe il mio essere nipote del fratello della loro madre, fuggito in America nel ’39. Mi guardano senza escludere che la mia faccia possa essere quella del cugino argentino che si vuole fare ora l’Aliyah (immigrazione ebraica di ritorno) o del nipote francese che vuole vivere a Tel Aviv perché si è stancato dell’antisemitismo.

In Israele è sempre in arrivo qualcosa o qualcuno dal passato o dal presente, non c’è distacco tra chi sono e chi potrei essere. Il futuro è semplicemente una crasi da questi ritorni o rinascite. Per questo Israele è uno stato senza confini, anzi in realtà è un’entità a lungo immaginata nelle menti di ebrei e intellettuali europei che di colpo si è fatta carne e pietra, casa ed esilio, ritorno e fuga. Tutto insieme.

Israele è infatti l’unica entità mondiale nata da una forza centrifuga anziché centripeta, quella della diaspora. Un centro raccolta di fuggiaschi scappati dall’odio umano.

Per questo nulla è più internazionale delle facce che si vedono qui, che hanno in comune la paura per l’odio da cui sono scappate.

Per questo arrivare in Israele è sempre al confine tra un viaggio che tra il fuggire e il tornare a casa.

Qualunque essa sia.

Perchè in qualcuna delle nostre vite qui ci siamo già passati. Tutti.

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