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16 – Nestor: argentino, ebreo, comunista

16 – Nestor: argentino, ebreo, comunista

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Kibbutz kitchen«Ehi Tano perchè in Italia la sinistra odia Israele e invece i fascisti che ci hanno mandato nei treni tedeschi ci amano?»

Nestor me lo chiede sempre. Non se ne fa una ragione.

Nestor è argentino: non pensavo quanti sudamericani – soprattutto argentini – ci fossero in Israele, arrivati qui dopo la crisi economica argentina.

Nestor dice sempre che se non fosse stato povero in canna non ci sarebbe mai venuto qui, in Israele. Stava bene in Sudamerica dove i suoi nonni erano fuggiti dalle persecuzioni europee e dove hanno tenuto sempre vive le tradizioni ebraiche.

«Sono diventato povero per colpa di questi merdosi capitalisti, gli angloamericani, sono loro che hanno distrutto il Sudamerica.» – mi ripete sempre.

Nestor è un ebreo comunista. Vecchia scuola.

«I miei genitori erano atei comunisti e così lo sono diventato anche io.» – mi ripete mentre provo ad immaginare un ebreo ateo comunista in Sudamerica.

Ci sono atei in Sudamerica?

«Anche tu sei comunista?» – mi chiede

«No! – gli rispondo sbraitando – per carità!»

Non provo nemmeno a spiegargli che per me il concetto è superato e che il comunismo ateo è uno dei peggiori obbrobri politici mai partoriti e che per me ha devastato la grande spiritualità russa.

Nestor è un uomo difficile e l’ho conosciuto quando ho lavorato alle cucine del kibbutz dato che in piena estate i lavori nei campi si sono drasticamente ridotti. Per questo ci hanno dirottato sempre più dall’agricoltura alle cucine dove Nestor è il responsabile: dai menù alla pulizia della sala, dalla gestione degli alimenti alla preparazione dei tavoli.

«Vi facciamo provare tutti i lavori, qui funziona così» – mi rassicurano i kibbutznik.

Andare via dai campi per finire in cucina a lavare i piatti, per noi volontari è un castigo. Stare al chiuso, unti dal caldo e senza il sole è un incubo, superato solo da un terrore ancora più grande: essere presi a lavorare in cucina per il resto del tempo.

Le due amiche inglesi che sono già finite nella cucina confermano: il lavoro è pesante e il responsabile sfuria per un nonnulla.

«È un provocatore – confermano – e ci umilia appena può.»

 

Adesso scopro che tutti, soprattutto i sudamericani, si inventano ogni possibile strategia per non finire in cucina:

«Se non vuoi rischiare di lavorare per sempre cucina fai come ho fatto io» – mi guarda un sudamericano col viso affilato.

«E cioè?» – chiedo disperato.

«Tu lavora di merda, rompi piatti, arriva in ritardo…vedrai che dopo un po’ ti mandano a fare altro, nel pollaio o addirittura nei giardini…»

«Non ce la faccio a lavorare di merda apposta» – abbozzo.

«Non ce la fai a fare che?» – Il sudamericano mi guarda stranito.

«Come faccio a farlo apposta?» – insisto ma lui finge di non aver capito e si gira da un’altra parte. Essere italiano mi dispensa dalla possibilità di essere uno sfigato da non frequentare.

 

«Da domani vai a lavorare in mensa» – mi confermano.

Davanti a me comincio ad intravvedere il rischio di finire come quei volontari che se ne sono andati via: in Israele non ci vai volontario per lavare i piatti.

Disperato all’idea di finire a lavorare nelle cucine fino alla fine, mi prende la folle e paradossale idea di affrontare la questione con impegno monastico e devozione ancor più che nei campi, diventando un fanatico della pulizia.

«Pulisci le vetrate di tutta la struttura – mi dice secco Nestor il primo giorno di lavoro.

Un lavoro immane. Da solo. È una sfida. Mi scruta per vedere una reazione in me, ma non batto ciglio e vado a lavare tutte le vetrate della mensa come se dovessi farci la mia festa dei diciott’anni.

La sala è enorme e tra dentro e fuori ci impiego tutto il giorno finchè arriva il cuoco, di origine polacca e mi guarda soddisfatto:

«Bel lavoro! Si vede che sei europeo!»

Ho fatto una stronzata: ho pulito alla perfezione.

E infatti Nestor mi prende in simpatia.

E infatti Nestor vuole che rimanga nelle cucine.

E nonostante tutto diventiamo amici.

Nonostante tutto perché Nestor è un rompicoglioni, è irruento, è sempre sovraccarico e la butta sempre sul politico, rischiando polemiche e incomprensioni perché vuole parlare solo spagnolo.

«Tu che sei italiano, mi devi parlare in spagnolo, non nella lingua di quei maiali colonialisti inglesi!»

Gli stessi israeliani non sopportano che Nestor parli male l’ebraico dopo venti anni in Israele. Si salva solo perché la comunità sudamericana è forte e diventa normale sentire parlare spagnolo.

All’inizio non lo sopporto ma poi capisco sempre più le sue ragioni, il suo mondo e soprattutto il suo dolore.

Il crollo dell’economia argentina per lui è stata causata dai “capitalisti americani e inglesi”.

«Odio gli inglesi, il loro colonialismo, la loro presunzione!» – schiuma di rabbia.

Nestor si aggira in cerca di scontro con le due volontarie inglesi: le umilia appena può, urlando loro in faccia per ogni cosa, spesso senza motivo e davanti a tutti, fino a quando non crollano piangendo.

Nestor è difficile da gestire ma dietro quella scorza presto troviamo molte brecce. Bisogna ascoltarlo. E farlo scorrere.

 

«Perchè la Sinistra italiana odia Israele?» – mi incalza Nestor insistente mentre lavo il pavimento sotto una lavapiatti lunga 20 metri che al chiuso alza la temperatura a 50 gradi.

«Nestor lascia perdere! – cerco di divincolarmi dal campo minato politico religioso – è difficile da spiegare»

Nestor però non se ne fa una ragione: immaginarsi odiato dai compagni comunisti italiani? Non è plausibile.

«Come lascia perdere!? Tu prova a dirmelo lo stesso!» – pretende Nestor.

«La Sinistra italiana vede Israele un po’ come…diciamo, un popolo fascista. A sinistra sono tendenzialmente tutti filopalestinesi e antiamericani…mentre a destra sono anti arabi, ma filo israele e filo americani…»

«Ehi Tano ma che è ‘sta storia? La destra italiana non è quella che voleva sterminarci coi tedeschi?»

«Sì» – confermo.

«E la sinistra non era per difenderci?»

«Sì è vero»

«E questi stronzi di sinistra lo sanno che Israele ha fatto la cosa più di sinistra al mondo!? Il Kibbutz!?»

«Nestor lascia perdere, le frange estreme sia di destra che di sinistra sono anti israele…vi vedono come degli invasori…»

«Ah ecco, prima in Europa cercano di sterminarci e di mandarci via, poi si lamentano perchè siamo qui?! Ma che cazzo vogliono?!»

 

Nestor è un rompicoglioni ma come disse qualcuno per difenderlo, “è una persona come tutti noi”. Ed era proprio così. Perché dietro la sua rabbia scopriamo il suo dolore e infine il suo affetto.

Siamo venuti a scoprire che l’amata moglie sta morendo di cancro. Lo vediamo in piscina teneramente affettuoso coi suoi nipoti. Cominciamo a provare affetto per lui.

Veniamo a sapere inoltre che la cucina è il lavoro peggiore del kibbutz, non solo per noi volontari. Nessuno ci vuole stare. Ma l’hanno dato a lui. Come un’onta perenne.

Perciò il fatto che il nostro gruppo, comprese le inglesi, lavora bene in cucina è contento, lo vede come un segno di rispetto per lui.

Vengo a sapere che Nestor parla bene di noi, di me, che ha fatto esplicita richiesta perché rimaniamo in cucina.

Io però non ne voglio sentire, sono andato in Israele per lavorare nei campi e quando gli chiedo, faccia a faccia se mi può lasciare andare lui stesso mi dice:

«Neanche io ci volevo venire lavorare in cucina! Mi hanno sbattuto qui perchè sono sudamericano! Io però l’ho detto: se proprio mi costringete allora non dovete pretendere che io ci metta anima e cuore.» – mi confessa.

E infine mi lascia andare.

 

«Dai Tano allora mi vuoi dire perchè la sinistra italiana ci odia, dimmi perché, siamo stati gli unici a fare qualcosa di socialista!» – scherza con me sedendosi al mio fianco quando torniamo dai campi.

Non lavoro più con lui. Un po’ mi dispiace perché mi sono affezionato.

«Allora chi sono questi di sinistra che ci odiano? Ditegli di andarsene a fare in culo! Io so anche le canzoni italiane di sinistra…dai canta con me:

Avanti popolo alla riscossa

Bandiera rossa, Bandiera rossa!» – comincia a cantare insistente.

«Perchè non la canti? Cantala con me!» – continua Nestor.

 

Io sorrido. Sono finalmente di nuovo nei campi.

Quelle persone che ha più volte umiliato qualche settimana più tardi le abbraccerà affettuoso.

Nestor è un rompicoglioni ma saltare dietro le transenne del suo dolore è stata una delle gioie più grandi per lui e per tutti noi.

Kibbutz kitchen

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