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15 – Stan e i suoi demoni

15 – Stan e i suoi demoni

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Entro in sala mensa.

Non vedo nessuno dei volontari dove ci mettiamo sempre a mensa. Non li vedo e sono stanco. Perché oggi sono spaesato.

Sarei anche felice di ascoltare il dialogo incomprensibile tra un irlandese e un australiano facendo finta di capirli.

Ma non c’è nessuno di loro, nessuno di quei punti isolati di nazioni diverse che sono felici di vedere altri dispersi come loro.

La solitudine del viaggiatore è sempre accoglienza.

E allora mi dirigo a caso tra i tavoli.

Infallibile come sempre.

Finisco dove non devo.

È irresistibile per il mio karma.

Come quando, all’interrogazione, ci chiedono un argomento a piacere e si parla di ciò di cui non si sa.

Piombo nel mezzo di un lento fotogramma di vita altrui come un personaggio di un action movie in un film francese.

Davanti a me un ragazzo dal viso pallido mangia con lo sguardo perso nel vuoto. Lo sguardo contrito per l’espiazione ma di una colpa non sua.

Sorrido e mi presento. L’aria è statica. Chiedo e parlo. La gravità è doppia.

Solo ora mi accorgo che il ragazzo che mi vorrebbe zittire ha al suo fianco una donna stanca.

Una donna vecchia. Una madre addolorata.

Visto che ho fatto irruzione nella vita altrui almeno me ne fanno parte.

«È la madre ed è venuta a trovarlo!» – mi dice un addetto alle cucine con aria grave.

Io annuisco come fossi parte della famiglia.

Ora ho il diritto di stare zitto e di essere me stesso osservandoli come vecchie foto trovate in mansarda.

L’anziana madre è esile e vestita scura come una vedova del profondo sud italia, ma senza vittimismo. Si offre senza paura con tutta la sua fragilità di madre stanca ma essenziale come la Natura: acqua quando hai sete, frutta quando hai fame.

Il ragazzo invece si sforza nel parlare. Biascica le parole.

Non è uno sforzo: è russo.

La madre si sforza nell’ascoltare. Biascica dolore e speranza.

Non è dolore: è russo.

Sentirli parlare russo non me li allontana, anzi mi avviluppa a loro.

Ecco la Russia in loro: le sue steppe hanno scivolato sino ai deserti d’Israele. E ora ne sono circondato.

Guardavo quel ragazzo coi capelli rossi d’Irlanda e ricci d’Africa, febbrile ed emaciato, e già lo sentivo parlare come se da sempre la Russia non avesse smesso di partorire stupore e dolore, genio e tragedia.

Quell’incontro non era casuale, perché finirò per conoscere questo ragazzo e ad affezionarmi.

Si chiamava Stanimir ma tutti lo chiamavano Stan. E’ onesto e sincero.

Mi ricordo ancora tutte le parole che ha detto come un soldato ubriaco e ferito a Stalingrado che ride e se ne fotte della morte:

«A dodici anni i miei mi hanno portato via dalla Russia per finire a Tel Aviv. Siccome sono una persona curiosa e non mi basta mai nulla sono finito presto nel giro degli anarchici di Tel Aviv…hai presente gli anarchici?»

«No» – gli rispondo certo che quel poco che so è niente di fronte a ciò che sta per dirmi.

«A Tel Aviv ho fatto lo squatter anarchico nel giro punk e…amico, ho visto di tutto…c’erano anche i nazisti…ma che cazzo, ti immagini ebrei nazisti in Israele!? No!? Io li ho conosciuti!»

«Cosa facevate?» – gli chiedo.

«Eravamo sempre fatti di crack e di eroina…intorno a me c’era solo merda, ne avevo visto così tanta e mi ero fatto di così tanta eroina che, giuro, non ce la facevo più: allora un giorno mi sono fatto una pera e in mano avevo la lametta per tagliarmi le vene…ma non come le tagliate “voi”…» – si interrompe guardandomi negli occhi.

Con quel “voi”, che mi rivolge come una accusa, sottintende tutte le persone che al mondo hanno visto solo il purgatorio, non l’inferno.

«Perché se vuoi morire davvero le devi tagliare così» – col dito giallo di nicotina segna una linea dl taglio in verticale, lungo il braccio.

Ora capisco cosa intende per “voi”.

Lui ha vissuto il film, il libro che “noi” possiamo solo vedere o leggere.

«Prima di tagliarmi le vene, ho chiamato mia madre e mi sono confessato…e le ho raccontato tutto. Tutto. – sottolinea rimarcando ancora la distanza tra il noi e il voi.

«È così che mi madre mi ha aiutato a disintossicarmi e mi sono ripulito. Ma da ripulito non sapevo cosa fare, nessuno mi voleva, tantomeno a lavorare. Allora mia madre mi ha detto: Vai da tuo fratello! – sentenzia come se anche io potessi immaginarmi chi è il fratello.

«Mio fratello sai, è strano, si è fatto ebreo ortodosso e ora tutti lo rispettano. Quando l’ho sentito era in questo Kibbutz, mi ha detto che se ne stava andando via e che se volevo potevo diventare membro al suo posto…è così che sono arrivato qui…»

Io sgrano gli occhi, sento che sta per dirmi qualcosa di negativo.

«Quando sono arrivato nel kibbutz ho fatto la più grande cazzata del mondo…mi sono ubriacato ed ho raccontato tutta la mia storia con quello che alla fine era il più chiacchierone di tutti..che sfiga eh!? – mi guarda ancora più ironico – Così il giorno dopo i più grossi del Kibbutz mi volevano fuori di qui perchè ero un drogato…»

«E come sei rimasto alla fine!?» – gli chiedo interrompendolo, come a voler saltare le pagine per sapere il finale, completamente rapito dalla storia.

«Alla fine, non so perchè, ma una famiglia argentina mi ha adottato e ha impedito così che mi sbattessero fuori…»

«Non ci credo! Incredibile! Persone che nemmeno conoscevi hanno fatto da garanti per te sapendo questa storia?! Ti rendi conto che culo!?» – esclamo sbalordito.

Lui annuisce.

Con Stan sono diventato amico.

Di quelli con cui ti capisci senza parlare.

Di quelli con cui parli di Dostevskij ed è pure russo.

Di quelli di cui avrebbe parlato anche Dostoevskij.

Proprio come il loro grande scrittore, ho letto e riletto anche Stan. Da lontano e da vicino.

Ho sottolineato le pagine più importanti della sua vita.

Incipit:

«Sono figlio di Madre Russia. Esser nato in Russia non è facile perchè è come essere figli di una madre puttana: passi una vita a cercare di dimenticarla ma è impossibile.» – mi diceva sempre.

Pagina 1:

«Questo Kibbutz per me è come un Sanatorium, (un rehab psichiatrico) dopo aver visto tutta la merda che c’è in Israele»

Pagina 29:

«Per i miei capelli mi chiamano pecora. Qui nel Kibbutz però nessuno mi chiama così, solo i miei amici che mi vengono a trovare ogni tanto. Quando arrivano mi chiedono “Ehi pecora cos’è questa puzza di merda che si sente nel Kibbutz?”. Il concime gli rispondo io, tanto ci sono abituato e non lo sento…»

Pagina 44:

«C’è una cosa che io non mi toglierò mai dalla testa. È la cosa più brutta che ho visto in vita mia:

Quando eravamo tra gli squatter un giorno ne arriva uno sui quarant’anni. Era pulito, colto, perfetto ma era disperato. Era un disperato nell’anima. Aveva cominciato a vivere con noi. Merda, era un professore. Aveva mollato tutto, perchè per lui il mondo era diventato insopportabile. Se lo sentivi dissertare di filosofia impazzivi di gioia. Mi apprezzava. Da lui ho imparato tutto. È diventato il mio migliore amico.»

Oddio mi dico. Non voglio sapere come finisce. Stan però, ha bisogno di raccontarla. È come un petrolio che gli sporca il cuore, perfino l’anima.

«I più duri e bastardi però non lo sopportavano. Sai perchè? Perchè era una sorta di coscienza parlante, era una fottuta coscienza che parlava in mezzo a noi disperati. Allora un giorno in cui tutti eravamo strafatti, i più bastardi lo prendono come un branco di belve. Lo hanno inchiodato al muro ed hanno cominciato a massacrarlo: pugni, calci e pugnali. Di continuo, con odio, non si fermavano più.»

Io sgrano gli occhi. Mi sta raccontando un omicidio.

«Io stavo fermo. Ero fermo e tremavo. Non riuscivo a fare nulla mentre lui, lui, non ha detto nemmeno una parola, nemmeno un grido. Forse se lo aspettava, forse era felice di morire con l’aiuto di qualcuno. È morto davanti a me, come un cristo silente. Lo hanno ucciso come demoni e io non ho avuto il coraggio di fare nulla. Poi sono scappati tutti per la polizia. Era il mio migliore amico.»

 

Ad un certo punto Stan si innamora di una ragazza del kibbutz. Una sudamericana. Una su cui i maschi alfa hanno sempre detto che quando beve non capisce più nulla e di averle fatto di tutto.

Rabbrividivo a sentirli e me ne andavo. L’ho sempre trovata una persona dolcissima.

Da quando Stan si è innamorato di lei, strani amici vengono a trovarlo nella sua stanza piena di poster e di sigarette.

Più vanno a trovarlo meno lo vediamo in giro.

Stan sparisce.

Il libro di Stan comincia a strapparsi.

Non lo strappo io. Trovo le pagine a terra. Le raccolgo.

Pagine a caso. Non c’è nemmeno il numero.

 

Un giorno lo vedo arrivare in piscina portandosi delle birre. È pallido. Sudato.

«Mi sono innamorato lo sai? – mi dice un Raskolnikov febbrile.

Capisco subito che quello non è l’amore che ti salva, ma quello che ti brucia.

«Sai cosa è successo? Lo sai? Vuoi birra? – mi dice insistente e fuori luogo – Se te lo dico non lo racconti vero?»

Io lo guardo. Vedo di nuovo le ombre di petrolio che gli escono dal cuore.

Non lo racconterò a nessuno. Solo in queste righe.

«È venuto Sergej l’altro giorno e ci siamo fatti tutti di acido a casa mia…c’era anche lei… – comincia.

Mentre parla come niente fosse io guardo le lacrime che gli scendono sul viso.

«Ti scoccia se sto piangendo? – mi chiede e beve un sorso di birra.

«Insomma ci facciamo di acido tutti e c’era pure lei…merda non ci credo se ci ripenso…»

Si interrompe. Mi sta per dire qualcosa che si vede solo all’inferno. Piange sempre più.

«Ci siamo fatti di acido: lei e Sergej hanno iniziato a scopare davanti a me, per quattro ore, ero impietrito, sono rimasto a guardare per tutto il tempo…era il mio migliore amico.»

«Scusa se piango…ma almeno adesso non provo dolore perché ho ripreso a farmi di crack e di eroina ma tu non dirlo…non dirlo…A fanculo lei, a fanculo i miei amici…

 

Ultima pagina.

Stan biascica. Non riesce a parlare.

Mi guarda con intontimento gaudente.

«Scusa ma sono tornato ieri…ero al Sanatorium, all’ospedale psichiatrico per un mese…a disintossicarmi…ah sì sì ci siamo anche visti, sei venuto a trovarmi…ah no? Mi hai solo chiamato? Ah, scusa mi ricordavo che eri venuto…scusami ora vado, non sento nemmeno il mio corpo, sono imbottito di medicinali…Vero che il Kibbutz sembra un Sanatorium, è vero?»

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