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14 – Yael

14 – Yael

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La prima volta che l’ho incontrato era a bordo piscina.

Un inglese perfetto, un po’ troppo visto l’accento fastidioso da “Lesson One”.

Non è bello ma esuberante.

Non è brutto ma energetico.

Il corpo grosso e grasso insieme, muscoloso da sportivo che mangia molto o da ex culturista un po’ lasco.

«Ehi amico, sai cosa ti dico?» – il suo intercalare è così, un po’ da gangsta ghetto e un po’ alla De Niro.

Insomma da italoamericano anni ‘70.

Fa una battuta dietro l’altra a ritmo serrato.

Parla e non ti lascia respirare neanche se ti vede strabuzzare gli occhi.

«Faccio il maestro di nuoto in Finlandia» – afferma Yael orgoglioso.

Sorride. Denti bianchi.

Si strizza sempre l’uccello con le mani. Anzi se lo munge.

«E’ così che mi sono conquistato mia moglie. Ora vivo in Finlandia e lei è Finlandese!»  – mi viene il dubbio se l’abbia conquistata facendo l’insegnante di nuoto o strizzandosi l’uccello.

All’inizio è grande simpatia. Poi diventa un rompipalle.

Troppe battute. Non ho più voglia di ridere.

Lo guardo e mentre parla cerco di immaginare da dove venga la sua famiglia. Lo faccio quasi sempre in Israele.

Con lui è difficile, non riesco a immaginare le coordinate facciali/genetiche di provenienza. Così gli chiedo l’orogenesi della famiglia almeno per farlo smettere di far battute.

Padre indiano. Madre polacca.

Ecco perché non mi tornava. Non ho mai incontrato israeliani incrociati con indiani.

Il padre doveva essere molto generoso perchè ha lasciato quasi tutto il corredo genetico – mi dico mentre continuo a cercare la Polonia da qualche parte nel suo volto.

«Ehi amico – mi guarda dritto negli occhi – in Finlandia mi sono fatto tutto da solo e la sai una cosa?»

«Cosa?» – gli chiedo mentre lui abbassa il ritmo della parlata.

«In Finlandia nessuno che mi abbia detto mai: Yael ti serve qualcosa?»

Si avvicina e mi guarda, certo che io riesca a capire cosa intende. Si convince che io lo capisca perché continua:

«Per mia moglie mi sono dovuto adattare di continuo al loro modo di vivere ma tutto quello che ho in cambio è il loro sguardo per strada…Sai cosa mi dicono? Lo sai tu?»

Annuisco serio. Mi interessa. Molto meglio che ridere a forza alle sue battute. Essere costretti a ridere è un lavoro di merda.

«Con lo sguardo tutti mi dicono: Negro di merda torna nel tuo paese!» – mi guarda con sfida.

Comincio a corrugare la fronte.

Mi ha colpito. Sento i suoi problemi. Lo capisce. Incalza.

«Era il giorno del nostro matrimonio. Nessuno dei due conosceva tutti i parenti dell’altro. Insomma. Il giorno del mio matrimonio arriva la cugina di mia moglie. Arriva e mi presenta il marito. Eravamo tutti lì a dire cazzate, convenevoli, sorridenti…capisci?»

Si accerta che io lo sto ascoltando perché mi sta per dire qualcosa che gli fa male:

«Il marito della cugina è uno che lavora in Libano con l’Onu…e mentre spariamo stronzate mi prende in disparte e mi fa, con calma, come se mi stesse facendomi gli auguri:

“Senti ebreo di merda tu non ti meriti una finlandese. Tornatene a casa ad aiutare quella merda di tuo paese colonialista perchè presto gli arabi vi spazzeranno fuori dai coglioni!”

Io rimango allibito. Sento il suo dolore. Lo vedo. È sincero.

«E io cosa dovevo fare?!» – mi chiede con gli occhi lucidi lì in piscina.

«Sono andato in bagno a piangere da solo perchè non potevo massacrarlo!»

Si avvicinano dei kibbutznik che Yael non vedeva da tempo e va a salutarli entrando di nuovo in modalità macho.

Si strizza di nuovo le palle e riprende a fare battute.

È esattamente un italiano di qualche decennio fa.

Passare dal racconto emotivo, lacrime e sorrisi al machismo in pochi attimi.

È un rompipalle all’italiana e si fa scudo del machismo per non mostrare il suo lato pesantemente sofferente. Che è quello che ha bisogno di ascolto.

D’altronde è appena tornato dalla Finlandia per prendersi un po’ di ferie, si vede che la solitudine lo ha esasperato, ha bisogno di sentirsi protetto.

Appena smette di fare battute con chi non vede da tempo mi si riavvicina.

Forse non ha nessuno con cui sfogarsi in Finlandia.

Riprende a fare battute ma non sembro interessato.

Attacca con le strafighe nordiche e di quanto sono troie. Aiuto, è tornato il macho.

Io allora gli chiedo di lui, di come si sente in Finlandia, di cosa vorrebbe fare. Lo riporto a se stesso.

Allora gli si sciolgono le impalcature di protezione. Ritorna in sé.

Rivanga dolore e cemento.

Riprende.

«Una volta, ero al lavoro in piscina, torno a casa stanco morto, mi chiama a casa mia madre e mi fa:

“Yael hai sentito dell’attentato di ieri qui da noi?”

“No mamma” – le faccio.

Yael fa il gesto di chi torna stanco dal lavoro e sente le solite notizie, come se un attentato fosse una cosa normale.

«“E’ morta la tua ex ragazza” mi fa mia madre.»

Yael mi si avvicina guardandomi serio.

Mi sta comunicando che aveva sottovalutato il suo dolore.

Mi sta dicendo quanto faccia male essere israeliano.

«Amico, in Israele pensiamo sempre che non capita a te ma quel giorno sono morto dentro. Merda, stavo con lei tre anni e mezzo e…ci eravamo lasciati prima che io partissi» – il suo sguardo si perde.

«Conoscevo il padre e la madre e quando ho saputo che lei era morta non potevo non chiamare…ma non sapevo cosa dire…non sapevo che cazzo fare…» – mi guarda come se ancora stesse chiedendo un consiglio

«Allora li ho chiamati. Quando hanno risposto siamo rimasti in silenzio, a piangere al telefono…»

Non lo conosco ma gli do un colpo sulla spalla.

Spero che si strizzi di nuovo l’uccello e faccia una battuta.

Devo andare.

Si guarda intorno.

Spera che qualcuno lo senta:

«Odio la Finlandia: sono freddi. Quando sono lì il mio telefono non squilla mai. Quando sono qui nel kibbutz invece mi chiamano cinque persone all’ora.»

 

Yael era sempre così. Ti parlava col cuore e poi all’improvviso dava fiato ai pensieri più istintivi, provocando reazioni di fastidio.

Così quando faceva il galantuomo con le donne guardandole solo nel seno, come quando per parlare diceva le prime cose che gli venivano.

Un giorno, finito il lavoro nei campi, andiamo a pranzo. A fianco a me mangia un volontario dalla Colombia. È un tipo tosto, sveglio, dignitoso.  Esteticamente in lui dominano i tratti da indio.

Yael mi vede e decide di venire a fianco a me, si presenta.

Samuel si presenta.

«Sei un volontario argentino?» – chiede Yael.

In Israele è pieno di argentini.

«No Colombiano»

«Ahhhh ecco! – si infiamma Yael dal nulla mostrandosi complice e beffardo – Colombia! Cocaina!»

Io ho un brivido.

Samuel è uno orgoglioso.

Uno più uno fa due. In questo caso farà tre.

Samuel mi guarda facendo finta che Yael non esista e mi dice:

«Io non so perchè esistono teste di cazzo che non sanno nulla del mio paese e devono dire le solite stronzate solo perchè la gente non sa cosa dire!» – Samuel è esasperato.

L’ennesima battuta sulla Colombia che gli fanno.

Io rido, guardo il piatto e continuo a mangiare.

Sì. Yael è un vero rompipalle all’italiana.

Col destino di un israeliano.

 

 

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