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14 – L’Africa in Europa parte I

14 – L’Africa in Europa parte I

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Avete mai sentito una di queste frasi?

«Poveri africani, dobbiamo aiutarli, senza di noi non ce la fanno.

«Dai amico, dammi qualcosa, non è vero che non hai nulla siete tutti pieni di soldi.»

Queste frasi non le ho sentite solo io.

Le abbiamo dette tutti nella nostra mente. Le produce la nostra ignoranza, la diffidenza e la paura per tutto ciò che non conosciamo.

Noi umani. Nessuno escluso.

Facciamo finta di non pensarle finché poi questi pensieri si trasformano, prendendo vita. Diventano gesti, libri scolastici, politiche nazionali ed economie.

L’Africa in Europa.

Anni ’80: ero piccolo, andavo alle elementari. In Italia allora si cominciava ad estendere un benessere economico diffuso: stipendio fisso, luce elettrica e acqua corrente al posto della fame, dei piedi scalzi e delle scarpe rotte.

Mentre quel passato veniva presto dimenticato e tutti andavano al mare “per rilassarsi”, nelle spiagge arrivavano gli africani, i “vù cumprà” a vendere oggetti. Erano una novità.

Noi bambini in spiaggia a guardarli come creature uscite dal mare. La loro pelle, la loro voce, il loro accento, i loro lineamenti, tutto di loro era fonte di ilarità e dileggio nella nuova e ruspante Italia. Soprattutto in spiaggia la gente si cimentava con le contrattazioni: tutti tiravano il prezzo con gli africani, mentre con i negozianti bisognava mostrarsi ricchi.

Anche per me gli africani erano quegli esseri lì: diversi, scuri, scalzi, strani. Non avevo ancora letto Malcolm X né Carmichael ma sapevo benissimo che nero, o meglio negro, era sinonimo di sporco, brutto e cattivo anche se nessuno me l’aveva detto esplicitamente.

Un giorno d’estate pranzavamo per caso nel ristorante di un campeggio ma io non volevo mangiare perché passando davanti alle cucine avevo visto una donna africana che ci lavorava.

Sì, mi faceva schifo la pasta, il piatto e pure le posate: perché in cucina c’era lei, mi faceva schifo l’idea che toccasse il mio cibo.

Mio padre a quel punto si alzò, mi prese per mano e mi portò dritto in cucina. Mi portò per mano, delicatamente, davanti a quella donna. Io piangevo.

Mi ricordo ancora il viso di quella donna africana. Aveva capito tutto in un attimo. Mio padre me la presentò.

Lei mi offrì un sorriso umile, di chi in quell’Italia anni ’80 così cruda e provinciale, era ormai abituata alle peggiori situazioni e battute grasse.

Mi porse la mano sorridendo, nonostante un velo di imbarazzo. Era imbarazzata ma aveva capito che quel gesto era importante.

Per la prima volta in vita mia toccai la mano di un nero.

Fu allora che fu graffiato lo spesso velo della mia ignoranza.

Non mi ricordo se mangiai o meno ma son sicuro che quel giorno fu il primo passo per partire in Africa.

Era stato aperto un varco nella mia spessa coltre d’ignoranza e questo mi permise anni dopo di sentirmi distante quando la professoressa di chimica del Liceo, a lezione ci disse che le faceva “venire il vomito vedere la mano di un africano, quella parte bianca del palmo che poi diventa nera e quel nero che diventa bianco”.

Già probabilmente quell’episodio cominciò a insinuare le crepe del dubbio, evitandomi di diventare come lei.

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