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13 – I racconti dalla torre: La stagione delle piogge

13 – I racconti dalla torre: La stagione delle piogge

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Quel giorno in Africa stava piovendo.

Era cominciata la stagione delle piogge.

Abitavo in un posto stranissimo.

Era una torre a due piani con sopra una cisterna gigantesca per l’acqua.

La torre sembrava un grande fungo.

Ogni piano una stanza.

Era stata costruita da alcuni missionari canadesi a metà del ‘900.

Io abitavo al secondo piano.

Per arrivarci bisognava fare una scala a spirale.

Quando saliva qualcuno sentivo i passi nelle scale di ferro.

Uno ad uno.

Anche quella volta qualcuno saliva le scale per venire da me.

Era un corpo pesante.

Bussarono.

Era un prete.

Era gigantesco.

Era un prete che mi stava simpaticissimo: sempre allegro, uno di quelli che “ci crede davvero”.

Era tutto trafelato. E bagnato.

«Vieni – mi disse – c’è una ragazza che ti deve dire una cosa importante.»

Io lo guardai stranito.

Doveva essere successo qualcosa.

Presi la giacca da pioggia e lo seguii.

Mentre si camminava mi disse che non sapeva cosa mi dovesse dire quella ragazza, ma che aveva tanto insistito perchè mi doveva assolutamente dire qualcosa.

Dopo qualche minuto di salti tra pozzanghere strabordanti e torrenti appena nati sotto la pioggia serrata mi trovai davanti ad una ragazzina della scuola locale.

Era dolce.

Aveva uno sguardo molto pulito.

Era alta.

Era imbarazzatissima.

Io ero davanti a lei preoccupato.

Il prete allegro le disse in africano che non si doveva vergognare. Le disse che ora ero lì e che mi poteva dire quello che voleva.

Si creò silenzio.

Sorrisi per incoraggiarla.

La pioggia continuava a battere.

Io le sorrisi ma ero preoccupato.

«E’ vero…» – cominciò ma la sua gola si strozzò.

Deglutì.

Riprese coraggio.

«E’ vero che sei uno scrittore e che sei venuto in Africa da noi per scrivere un libro?»

Io la guardavo in quel silenzio di pioggia.

«E’ vero che quel libro che stai scrivendo è sui nazisti e si chiama “La stagione delle piogge”?»

La pioggia continuava a cadere.

Quella ragazzina continuava a guardarmi mentre l’acqua la bagnava tutta.

Rimasi immobile.

Sentivo i miei occhi, i suoi e la pioggia.

Non c’era altro.

Non era una domanda.

Era come una comunicazione.

Era come avesse letto qualcosa del mio destino.

Io in Africa stavo facendo progetti di sviluppo rurale ma in testa avevo solo due cose:

La prima era un libro sui nazisti.

La seconda era che non l’avrei mai chiamato “La stagione delle piogge”.

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