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12 – i Thailandesi in Israele

12 – i Thailandesi in Israele

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I Thailandesi sono presenti in Israele per un accordo governativo.

Ad Israele serviva molta manodopera a costi più bassi, soprattutto in agricoltura, mentre molti Thailandesi volevano lavorare all’estero per guadagnare bene e poi tornare in patria. Lo stipendio che offrono in Israele per loro è alto.

Così hanno fatto degli accordi di scambio. Entrambi soddisfatti.

Su questo argomento, ogni volta che ne ho parlato, ho sentito spesso le peggio esternazioni:

«Schiavitù regolarizzata!»

 

E allora riporto le parole che mi aveva detto un Thailandese:

«Partire via da casa non è facile, è tutto diverso, però almeno qui in Israele non siamo soli o isolati. Partiamo insieme, in gruppo, ci sono anche donne. Insieme ci facciamo coraggio, il tempo passa e riusciamo a diventare ricchi. Tutto è regolare, veniamo in aereo, abbiamo il visto e siamo tranquilli. Regolari.» – sottolinea.

«Qui lavoriamo quasi ogni giorno da mattina fino a pomeriggio. Se uno vuole, più lavora più guadagna e così manteniamo famiglia e parenti in patria, ci costruiamo una bella casa. Torniamo dopo due, cinque o dieci anni di lavoro e siamo ricchi, degli eroi per la nostra gente. Possiamo comprare tutto: una casa, la macchina e mandare i figli a scuola. Siamo sistemati per tutta la vita. Se volete veniamo anche nel vostro paese! Di dove sei?»

«Italia!»

«Non conosco Italia! Com’è Italia?»

Menomale: mi dico.

 

Quando torniamo siamo degli eroi – mi era rimasto impresso pensando a come trattiamo gli immigrati in Italia: sempre clandestini, già umiliati in partenza.

Senza documenti, sempre sotto ricatto, alla mercè di impresari spregiudicati, sottopagati, senza casa (costretti a dormire a turno in 50 mq perché nessuno gli affitta case normali), sempre con l’ansia e il rischio di venire presi dalla polizia, magari quando hanno finito di lavorare così non vengono pagati.

Potrebbero essere futuri italiani a tutti gli effetti, prolifici economicamente ed intellettualmente e invece rimangono isolati, non regolarizzati e il lavoro lo fanno comunque.

Per noi però gli altri sono schiavisti.

La Palestina ce l’abbiamo dentro casa ma guai a dirlo.

Umiliamo gli immigrati e li facciamo tornare in patria incattiviti e rancorosi.

Ecco noi Italiani bravaggente.

 

Per una settimana nel Kibbutz a me e ad un ragazzo svedese ci hanno fatto fare un lavoro divertentissimo: traslocare mobili nelle stanze.

Divertentissimo perchè potevamo usare un muletto elettrico ma soprattutto perchè potevamo entrare in molte case del Kibbutz.

Sia in quelle dei Kibbutzink “più uguali degli altri” – come direbbe Orwell –vere e proprie ville e soprattutto nelle case dei Thailandesi.

Non li vedevi mai in giro perchè o lavoravano o dormivano. Non incontrarli aumentava la nostra curiosità ma capivamo che c’erano vere e proprie barriere culturali e linguistiche che impedivano loro di avvicinarsi a noi nei momenti di svago.

Solo un giorno li abbiamo trovati ubriachi al Pub, timidamente sfuggenti e sorridenti: era il 12 Agosto ed era il compleanno della loro Regina. Abbiamo provato ad interagire ma la loro timida diffidenza era molto più forte del loro inglese.

 

Insomma col nuovo lavoro potevamo entrare nelle loro case tipiche abitazioni di chi lavora senza sosta. Faceva tenerezza vedere i loro piccoli altarini per pregare Buddha, i sacchi di riso da 50 Kg, le birre vuote, i posacenere.

Tutto faceva fraterna tenerezza perché trasudava di nostalgia di casa, sacrificio, solitudine, sofferenza taciuta, affetti lontani.

 

Una volta entrando abbiamo trovato una loro casa allagata di sangue. Al centro della stanza c’era una pozza di sangue alta un centimetro con un rigagnolo che non capivamo da dove venisse.

Ci siamo guardati – io e il ragazzo svedese – sgranando gli occhi e pensando al peggio. Alla fine abbiamo inseguito la scia di sangue trovando un pezzo di bue gigantesco infilato dentro un freezer che però si era aperto lasciando che la carne si scongelasse.

Il pezzo di carne era enorme, come i sacchi di riso e tutte le altre derrate. Acquistavano tutto in dosi massicce per risparmiare.

 

Quello che più mi ha stupito era che le loro stanze, le loro case, erano molto più grandi e più belle delle nostre, dei volontari.

Stavano massimo in due per casa. Noi anche in sette nel periodo peggiore. Avevano tutti i comfort.

Noi eravamo dunque trattati peggio di loro. E questo era giusto. Era corretto. Perché i Thailandesi erano lì esclusivamente per lavoro.

Invece noi in Italia continuiamo a chiamarci il popolo dei geni, degli artisti, degli eroi e degli artigiani. Ce ne vantiamo in tutto il mondo ma in Italia facciamo a gara per ucciderli.

Quindi per ora: Israeliani? Bravaggente.

 

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