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11 – israeliani bravaggente, italiani bravaggente

11 – israeliani bravaggente, italiani bravaggente

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Israele è un paese che investe quasi il 5% del PIL in ricerca e sviluppo (primato mondiale – l’Italia è invece una delle peggiori intorno all’1%) con un altrettanto tasso di crescita annua.

In Israele ho visto aziende floride e idee imprenditoriali forti, persone coraggiose, vive, pronte a confrontarsi senza paura col mondo forti di ciò che sapevano. Israele è un popolo vivo e dinamico e ogni volta che ci penso mi viene il paragone con l’Italia.

Non eravamo noi gli imprenditori coraggiosi, geniali e rumorosi? Non eravamo noi gli “italiani bravaggente”?

 

Un giorno, andando in macchina verso Beersheva, vediamo una serra gigantesca. Mai vista prima. Una struttura in pali di alluminio che si intersecano con pannelli trasparenti, alta almeno quattro metri e grande quanto un campo da calcio.

«Cos’è questa?» – chiediamo stupiti ad uno del Kibbutz che sta guidando la macchina.

«Quando l’avete costruita? Non c’era l’altro giorno!» – la indichiamo stupiti.

«Ah sì – ci risponde come fosse ovvio che tutti sappiano– l’hanno montata i Thai in un paio di giorni. Sono fatti così: cominciano e non si fermano finché non è finito.»

I Thai? Chi sono?

 

I THAILANDESI

Siamo seduti nel vano posteriore del pick-up.

A fine lavoro, per pranzo, ci vengono a prendere.

Prelevano noi volontari del Kibbutz. Di tanto in tanto il pick-up rallenta caricando i Thailandesi.

Non è facile vederli all’ora di pranzo, perchè i Thai – come li chiamano tutti – lavorano dal mattino presto fino a sera senza andare nemmeno in mensa. Pranzano al lavoro sui campi.

Uomini e donne. Sono gentili, sorridenti, curiosi.

Non parlano quasi mai l’inglese.

Le nostre interazioni con loro sono dei sorrisi spontanei di reciproca comprensione, senza aggiungere altro.

Alcuni di noi hanno potuto lavorare fianco a fianco coi Thai: un onore per noi mentre per loro è una perdita di tempo.

Sono precisi, veloci e sempre a ritmo, noi siamo lenti, imprecisi e distratti.

Il rapporto lavorativo tra i Thai e noi volontari internazionali è paragonabile ai restauratori d’arte quando arrivano in visita i turisti: siamo solo una scusa per riposarsi oppure per avvicinare le “bionde con gli occhi azzurri” dei volontari internazionali.

 

Insieme ad un americano e ad un australiano una volta siamo stati incaricati di prelevare gli innaffiatoi dai campi affiancando un Thai superesperto.

Il lavoro era correre dietro al trattore staccando gli innaffiatoi da terra e caricandoli nel trattore in moto. Sotto il sole era un lavoraccio. A noi piaceva.

Quando ci siamo fermati per riposarci sotto l’ombra, il Thai ci ha guardati con complicità, poi ha tirato fuori un pezzo di giornale, lo ha strappato in tre pezzi e ci ha arrotolato del tabacco. Senza filtro. Una sigaretta a testa. Significa essere stati apprezzati nel lavoro. Un onore. Non abbiamo potuto rifiutarla.

Io e l’americano ci siamo guardati in faccia sapendo a cosa andavamo incontro e abbiamo preso a fumarla, esangui in volto: la fatica, il caldo, il tabacco forte non filtrato e potenziato dalla pagina di giornale che ne aumenta la botta, un mix letale.

L’australiano sviene. Quando si riprende lo lasciamo all’ombra sinchè non ci vengono a prendere.

 

Ci caricano nel pick-up dove una volontaria londinese figlia di un nigeriano e di una bianca gallese chiede:

«Perchè i Thailandesi si coprono col passamontagna di lana quando lavorano?»

Era una domanda che avevamo sempre tutti in mente.

«Per il caldo, per proteggersi dal caldo» – gli risponde uno di noi.

«Sotto questo sole non è meglio un cappello di un passamontagna di lana? – insiste insoddisfatta della risposta – E poi vedete che alcuni hanno le maglie lunghe!? Le maglie lunghe! – continua esclamando sconcertata e affettata.

Parliamo con i Thai davanti, siamo certi che nessuno di loro capisca l’inglese.

«Credo che si coprano per un altro motivo! – intervengo io – in Oriente se hai la pelle abbronzata significa che lavori nei campi, che sei povero e che non hai tempo per studiare. Per quello i ricchi usavano l’ombrello parasole: la pelle chiara era sinonimo di bellezza e ricchezza, come anche in Inghilterra. Oggi invece in occidente i ricchi si mostrano abbronzati, perchè significa avere soldi per il tempo libero mentre chi ha la pelle nera cerca di sbiancarla. Insomma desideriamo sempre quello che non abbiamo.»

Parlo con la figlia londinese di un nigeriano, lo faccio serenamente. Lei infatti non si scompone. D’altronde gli stessi volontari sono un esempio: vogliono tutti lavorare nei campi per abbronzarsi – una vera ossessione che abbiamo tutti tranne la nera londinese, una indiana, un coloured sudamericano e una sudcoreana.

 

Fatto sta che da quel giorno i Thai da quel giorno non hanno più scherzato con me, quasi non mi hanno rivolto più la parola, tutti offesissimi.

A ripensarci quel giorno nel pick-up c’era uno dei pochi Thai che parlava – pochissimo – l’inglese. Deve aver capito a modo suo. Mannaggia ai traduttori. Il mio discorso, per chi non sapeva l’inglese, poteva suonare in molti modi.

I Thai insomma mi hanno fatto muro e la questione dei Thai offesi faceva ridere tutti quanti, li vedevano come dolci pokemon furenti. A me ovviamente la cosa non faceva ridere, anzi mi dispiaceva da morire perché non me lo meritavo.

«Dirty, Filthy Italian – ironizzava sempre un ragazzo londinese sul fatto che io fossi molto diretto e scorretto come tutti gli italiani. Diceva che noi italiani siamo tutti così: Not Politically Correct.

Questo stereotipo fino ad allora non l’avevo mai sentito:

Non era italiani bravaggente?!

 

 

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