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10 – Buongiorno Principessa, chi nega l’olocausto?

10 – Buongiorno Principessa, chi nega l’olocausto?

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In Israele spesso mi salutavano così:

«Buongiorno principessa!»

Me lo dicevano ragazzi e ragazze. Lo dicevano spesso.

Come fosse il minimo comune multiplo che ci accomunava.

Per un italiano all’estero è normale che qualcuno ti saluti con un “ciao”, un “buongiorno” o “forza azzurri”: ti guardano con la faccia orgogliosa e tu in quel momento capisci che li devi ricambiare chiedendo loro come conoscono quelle parole.

Non aspettano altro.

E ti racconteranno del loro viaggio in Italia.

E ti racconteranno del loro amico in Italia.

E ti racconteranno delle partite di calcio, dei vestiti o del cibo buono.

Per un miracoloso privilegio qualsiasi cosa ci riguardi è associata all’eleganza, al buon gusto, alla cultura e all’arte.

Persino il riferimento alla mafia è quasi sempre bonario come fosse un’organizzazione pittoresca e distante – mica come i criminali veri che ci sono in giro!

È assurdo ma all’estero anche il nostro peggio è attutito da un immaginario legato alla tradizione, alla famiglia, ai vecchi quartieri e al senso dell’onore. Il resto non sembra preoccupare.

Abbiamo semplicemente esportato la mafia nel mondo, cosa vuoi che sia.

«Buongiorno Principessa!» – mi grida in faccia una bella ragazza argentina.

Sorride orgogliosa. Per l’ennesima volta.

Anche lei come se mi stesse dicendo qualcosa che non colgo.

Forse mi manca di qualche tassello.

Indago.

«Scusa – le chiedo stanco di quel ritornello – si può sapere che cosa avete tutti in Israele con “Buongiorno Principessa”?»

Mi guarda ridendo come se fosse scontato che sono stanco e non capisco. Continua a guardarmi sognante e mi si para davanti con un gesto teatrale.

«Buongiorno Principessa!» – grida in posa plastica affinchè sia certa che io abbia capito.

Lei farfuglia: Film, Italia, Oscar, Benigni, Campo di Concentramento. È difficile spiegarmi che il sole è giallo.

«Sì sì!» – rispondo senza grande entusiasmo.

La verità è che quel film non mi è mai piaciuto.

L’ho sempre detto. L’ho sempre trovato ipocrita.

Lei non capisce perché non mi piaccia.

Non le tornano i conti.

Faccio i conti. Siamo nel 2005. Il film è del 1997.

Tutti in Israele l’hanno guardato perché è un film sull’olocausto completamente diverso dagli altri e perdipiù italiano.

Lei parla prevalentemente spagnolo, io col mio inglese non ho molta voglia di spiegarle perchè non mi sia piaciuto.

Lei però non si capacita del mio poco entusiasmo e continua a chiedermi sconcertata. Riesco a guadagnarmi i tempi supplementari.

«Ne parliamo in un altro momento» – mi fa col dito e gli occhi incuriositi.

Il famoso “altro momento” arriva.

Mi offrono una Goldstar. La birra israeliana.

Siamo tutti seduti di sera davanti alla casa di un kibbutznik.

Seduti in semicerchio su sedie di plastica bianca come ad una festa dell’Unità.

Noi volontari siamo arsi dal sole dei campi. Ci godiamo la birra come un premio.

«Buongiorno Principessa!» – mi fa sobbalzare da dietro la ragazza.

È il suo modo personale di divertirsi guardando la mia faccia contorta da tre pensieri:

  1. Che palle con ‘sta cosa della Vita è bella
  2. Il film mi fa cagare
  3. Non ho voglia di spiegare perchè non mi è piaciuto. È complicato.

Rido anche io ma non rispondo.

In questa serata però c’è poco da dire e basta la risata di una ragazza argentina per scatenare l’altrui curiosità.

«Perchè state ridendo così?» – ci chiede un israeliano.

«Perchè non gli piace il film “La vita è bella” e non vuole spiegarmi il motivo» – risponde lei.

«Non ti piace il premio oscar Benigni ne La vita è bella? Sei pazzo! It’s beautiful!» – si aggancia una volontaria inglese.

«Oh Yes! It’s amazing! Wonderful!» – si inseriscono anche i vari altri israeliani/australiani/americani.

Comincia la solita palla dove per tutti Benigni è straordinario e di quando è salito sulle sedie alla premiazione degli oscar, tutti ridono e raccontano, anche loro non concepiscono che non mi sia piaciuto.

Sto aspettando il solito idiota pseudo intellettuale che ora parlerà di Jarmush. Eccolo.

«Ragazzi il miglior Benigni è nel film Coffee and Cigarettes di Jarmush: è un genio pazzo!» – interviene un israeliano e dato che fa foto e ama “turn on, tune in, cope out” dei Freak Power si reputa un intellettuale.

«Coi miei amici rifacciamo le stesse battute a memoria!» – insiste.

Tutti gli vanno dietro e cominciano a parlare di Jarmush e ad elencare nomi di film che nessuno conosce.

Che palle. Sorseggio in silenzio la goldstar. Bene però. Almeno mi è andata bene.

«Allora me lo dici perchè non ti è piaciuto quel film di Benigni?» – saetta la ragazza argentina verso di me separandomi dalla nenia intellettualoide.

Mi guarda. Non ho scampo.

Guardo la birra silente.

Il mio concetto è troppo complicato per il mio inglese. Ci provo.

«Non è il film in sé che non mi è piaciuto…- comincio contorcendo l’inglese – Benigni usa spesso le favole ma per me l’olocausto non deve essere negato o raccontato come una favola ad un bambino… – la ragazza mi guarda torva.

«Ma…- balbetta incredula l’argentina alzando la voce mentre io continuo a parlare controvoglia – tu stai dicendo…che l’olocausto è una favola!? – esclama facendo girare tutti gli sguardi verso di me

Io sgrano gli occhi. Sta andando peggio di quanto immaginassi.

«Stai negando l’olocausto!?» – insiste lei mentre si girano tutti allarmati e scende il silenzio.

Non ha capito un cazzo.

Mi ero trovato in una situazione simile da piccolo.

Durante la gita delle medie avevo detto che l’Inter aveva giocato di merda e allora un mio amico interista mi aveva colpito gridando:

«Stai bestemmiando! Stai bestemmiando!»

In quel momento una professoressa cattolica bigotta si era aggiunta a picchiarmi con l’ombrello pensando che io stessi davvero bestemmiando. Senza nemmeno informarsi.

Insomma le solite cose folli e insopportabili che avvengono solo tra umani.

«Whattafuck!?» – rispondo io agli sguardi di tutti in una sola risposta distillata.

Della ragazza argentina, di tutti, mi ricorderò sempre le facce mentre mi chiedevano:

«Chi nega l’olocausto?»

Mi ricorderò sempre che non mi hanno guardato con scandalo o con rabbia. Lo giuro.

I loro visi non si sono trasformati in lupi né si sono indignati come giornalisti che non ascoltano.

I loro sguardi erano quelli di persone pronte ad aspettarsi anche il tradimento di un amico. Come fosse parte della vita.

In loro c’era la consapevolezza che la mente umana può partorire qualsiasi follia.

Quante volte avranno pensato ai voltafaccia delle popolazioni che li accoglievano nel mondo?

Quante volte avranno subito o temuto la rabbia popolare?

Quante volte un loro parente sarà stato denunciato e tradito dai vicini di casa?

Nel mio caso, per fortuna, hanno immediatamente colto il misunderstanding. Solo perchè mi conoscevano. Però ci tengo a spiegare cosa non mi sia piaciuto del film La Vita È Bella.

La Vita è Bella parla di un padre ebreo che preserva l’innocenza del figlio facendogli credere che tutto l’orrore dei campi di concentramento sia solo un grottesco gioco. Lo fa pur di preservarne l’innocenza del figlio dal male.

Ecco, per me non è una bella favola. Perché vorrei che un figlio crescesse comunque sapendo la verità.

Perchè l’innocenza è la verità. Si può rimanere innocenti pur sapendo la verità.

Tutti gli israeliani che ho conosciuto sono cresciuti sperando nel futuro, nonostante sapessero dell’olocausto.

Gli esseri umani tutti un giorno torneranno ad essere innocenti, sono sicuro che sarà così, proprio tenendo a mente cosa ha insegnato il passato.

Torneremo ancora all’innocenza ma solo attraverso la consapevolezza e senza che nessuno ci tenga più all’oscuro della verità.

Con la scusa di preservarci dal male e da noi stessi ci tengono lontani dalle nostre responsabilità, dal nostro essere presenti a noi stessi, spingendoci a delegare la coscienza o a rinunciarci.

Ecco perché La Vita è Bella non mi è piaciuto.

La Vita è bella rappresenta la menzogna di questo finto paradiso creato per noi e i nostri figli pagando il prezzo di una realtà distorta, togliendo la speranza che un giorno l’essere umano possa essere responsabile e felice, sereno e sincero allo stesso tempo.

Volevo dire tutto questo ma non ho potuto.

 

 

 

 

 

 

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