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0 – Quando sono stato ebreo

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Un giorno il mio professore di Bologna, mentre fumava la pipa su una sedia a dondolo nel suo salotto pieno di libri, mi disse:

«Quello che hai scritto sulla tua esperienza nel Kibbutz in Israele lo devi fare pubblicare. Mi piace.».

Dissi di sì con la testa ma non feci mai nulla per pubblicarli.

«Perché ti piace tanto Israele se non sei ebreo?»

Già. Me lo chiedevo anche io:

Perché, pur non essendo ebreo, amavo gli ebrei, Israele ed ero finito in un Kibbutz?

Tutto nacque quando da adolescente mi innamorai della cultura ebraica leggendo L’Ultimo dei Giusti di André Schwarz-Bart.

Tutto continuò quando da universitario mi schierai in difesa di Israele contro il dogma della morale comune che voleva Israele=brutti e cattivi.

Tutto peggiorò quando a Bologna, ormai infastidito da quel dogma generale che vuole che gli studenti siano a prescindere contro Israele, presi a giustificare perfino le politiche dei falchi Neo-Con di Bush.

Tutto finì quando una ragazza mi amò, così com’ero, non più il ragazzo atletico, brillante e ridente ma quello incupito, aggressivo e alcolista.

L’Amore fece crollare tutto ciò che sapevo e in cui credevo perché nella Storia, quella vera, non contano né religioni né nazioni né realpolitik, ma solo se ami e se sei sincero.

E se fino ad allora ero stato poco sincero e avevo sognato di andare in un Kibbutz in Israele, adesso provavo ad essere sincero con me stesso e non mi importava più come prima della sorte di Israele.

Invece la vita mi volle comunque portare laggiù, perché evidentemente un motivo ce l’avevo ancora.

E io me lo ricordo quel motivo.

Perché un giorno in questa vita anche io sono stato ebreo.

Quel giorno ero andato ad una manifestazione di solidarietà a Roma, l’unica in favore di Israele, si chiamava Israele Day.

Ero andato apposta per quello.

Non ero ebreo, non conoscevo ebrei.

Non avevo detto a nessuno che sarei andato lì se non ad una ragazza di Roma che frequentavo.

Mi trovai così da solo nel corteo, in mezzo a facce di Boemia, a capelli fenici, ad antichi canti yiddish, a cappotti vintage e occhi colorati.

Tutto era musicato da un romanesco rumore di fondo coronato da buona parte dell’intellighenzia politica nazionale, tutti novelli Schindler purchè in favore di telecamera.

Tutta gente che scompare quando serve.

Pareva che nel corteo ci fosse gioia ritrovata ma i passi si trascinavano comunque nella solitudine.

La verità era ed è, come sempre, in un gruppo di bambini.

Avranno avuto dieci anni e camminando vicino a me dissero:

«Quanti siamo al mondo?» – chiese uno prendendo coraggio.

«Cinque milioni in Israele…sei in America…» – cominciò l’altro facendo la conta.

«Mia mamma ha detto che siamo almeno dodici milioni» – azzardò un altro.

«Sì però in tutto il pianeta ci sono almeno sei miliardi di persone» – concluse il primo facendo cadere il silenzio.

Un senso di solitudine, di paura, ristagnava tra quei bambini.

Un silenzio di chi si sente solo in mezzo a sei miliardi di abitanti.

Un silenzio di chi si sente solo davanti ad una storia che racconta sempre la stessa cosa, vissuta e raccontata da genitori, nonni, bisnonni e da chissà quanti avi.

Una storia di soprusi, di pogrom, di genocidi che in ogni landa e nazione gli ebrei hanno subìto.

A ben vedere, tutto il corteo scivolava sul letto di quello stesso fiume di storia della solitudine.

In quel momento nel corteo mi sentii meno solo e così decisi di accendermi una sigaretta.

Non trovavo l’accendino.

Mi guardai intorno in cerca di qualcuno a cui chiedere.

Mi ricordo ancora la traiettoria del mio sguardo in una via qualsiasi di Roma: un bar all’angolo, un palo a fianco a me, uno scooter e un ragazzo poggiato su uno scooter.

Era vicino a me, guardava me e la manifestazione, forse ne era parte.

Gli chiesi da accendere. Mi guardò dritto negli occhi:

«Io agli ebrei non gli dò da accendere» – mi rispose serio, conciso, schifato.

Lo guardai. Stavo per rispondergli d’istinto che no, non ero ebreo, ma invece continuai ad osservare quel viso contratto di risentimento, lo respirai tutto su di me.

Non gli avevo fatto nulla, non sapeva nulla di me, eppure mi odiava nel profondo.

Potevo farmi scudo della moltitudine che era intorno a me ma non lo feci.

Perché in quel momento mi sono sentito come tutti loro si sentono da una vita.

Odiati, senza nessun motivo. Soli.

E mi sono sentito solo anche io, come tutti quelli intorno a me. Solo nel mondo.

In un mondo dove basta trovarsi nelle coordinate giuste o sbagliate per essere odiati.

È per questo che ho deciso di partire lo stesso in Israele.

Per farli sentire meno soli.

Non che a loro gliene fregasse nulla, o forse sì.

Ma per me contava.

Perché chi si sente solo ha paura. E chi ha paura è capace di tutto.

E chi ha paura diventa più forte e feroce anche dei finti “forti” e dei bulli.

Che poi questi, come tutti i vigliacchi, si lamentano.

Tutte le nazioni che infatti hanno seviziato gli ebrei e disprezzato gli arabi hanno cominciato a disprezzare gli ebrei e seviziare gli arabi.

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